Quel che ancora ci manca

Quel che ancora ci manca

Resistiamo all’istinto di molti, che sarebbe anche il nostro, di gettare al macero tutti questi numeri dell’epidemia e non guardarli più. Oppure, come fanno i più avveduti, di tenere d’occhio ormai solo le cifre dei ricoveri ospedalieri e delle Terapie Intensive, le uniche che danno sensazione di contatto con la realtà, e con la gravità del contagio, in costante diminuzione, sia in termini di numeri che di severità dei sintomi.

Resistiamo, perché c’è ancora un problema non risolto, dal quale non ci sentiamo di volgere lo sguardo: il virus circola ancora, ogni giorno qualcuno si ammala. Naturalmente era atteso, non ci stupiamo. E visto che i sintomi sono ora più lievi, potremmo a buon diritto considerarlo un fenomeno relativamente benigno, come la coda di un’epidemia influenzale.

Ma questo numero, quello delle nuove infezioni, è importante per almeno due buone ragioni: la prima, è che per considerarlo una coda dovremmo vederlo calare, se pur lentamente. Altrimenti, dovremmo accettare che sia destinato a rimanere ad un certo livello costante, diciamo endemico, nonostante il benefico effetto dell’estate. Il che ci porta alla seconda ragione: arrivare in autunno con un certo residuo numero più o meno costante di infezioni, espone certamente in misura maggiore a fenomeni di risalita, con il conseguente impatto che questi possono determinare (incluso – non  possiamo ancora escluderlo – che l’aumento dei casi rialzi gradualmente anche la carica virale media e, in ultima analisi, ricompaiano casi di maggiore gravità clinica).

Paliamoci chiaro: di lockdown non ne vogliamo più nemmeno sentire parlare, giusto? Né ora, né in inverno. Allora converrete che avere il polso della situazione, sin da ora, è importante.

E qui arrivo al punto centrale della questione: non abbiamo abbastanza informazioni. Da tutto quello che i media e le fonti ufficiali ci raccontano, manca il dato essenziale: quante sono le infezioni? Chi si infetta oggi, realmente? Da dove provengono i contagi?

L’abbiamo scritto più volte e lo ripetiamo: il numero dei nuovi positivi che viene pubblicato ogni giorno dalla Protezione Civile, non dice il vero. Sono dati mischiati, che non distinguono i nuovi casi dalle vecchie infezioni, quelle riscontrate negli screening di RSA, ospedali, comunità, e a seguito dei test sierologici. Perché sia importante distinguere si riassume così: dopo due settimane dall’esordio dei sintomi, l’infezione da SARS-COV-2 si spegne, e nonostante rimangano a lungo tracce di RNA virale inattivo rilevabili al tampone, il virus non è più isolabile, non si replica, e il soggetto non è più contagioso. Viceversa, la contagiosità è presente a partire da 48 ore prima della comparsa di sintomi, sino a circa 7 giorni, per poi appunto ridursi e scomparire a 14 giorni. Questo vale anche per quelli che non avvertono sintomi, i cosiddetti asintomatici, con il problema aggiuntivo che essi sfuggono facilmente alla diagnosi e all’isolamento (attenzione però, di nuovo, a non confondere questi pazienti con tutti coloro che sono asintomatici al momento della diagnosi, ma la malattia l’hanno superata da tempo, e contagiosi non sono più).

 

Capite che è quindi fondamentale intercettare, diagnosticare e isolare l’infetto, e tutti i suoi contatti recenti, nel minimo tempo possibile. A che serve isolare chi ha avuto contatto col virus settimane o mesi prima, come si fa quotidianamente con decine o centinaia di persone? A che serve contarli insieme ai nuovi infetti? A che serve ripetere ogni sera il numero degli attualmente positivi, che è costituito da cumuli di pazienti che hanno ormai superato la malattia, e sono solo in attesa dei tamponi di controllo (che per negativizzarsi richiedono anche mesi di tempo)? A che serve – curiosità a parte, anche legittima, per carità – fare il test sierologico, che non individua l’infezione di recente insorgenza, e nemmeno conferisce patente di immunità?

L’unico dato che ci serve davvero per capire quanto circola il virus è il numero delle nuove infezioni.

L’hanno capito in tanti, mica solo noi. Per primi, almeno gerarchicamente, l’hanno capito gli esperti del Ministero della Salute, la cabina di regia, che già a margine del decreto della Presidenza del Consiglio del 26 aprile avevano richiesto alle Regioni di aggiungere ai report quotidiani la data di insorgenza dei sintomi, per almeno il 60% dei casi, e possibilmente con trend in miglioramento. Sono passati quasi due mesi. Li hanno avuti questi dati? Crediamo di sì, anche se ancora l’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità così riferisce:

 

In Figura 7 è riportata la curva epidemica per 4.433 casi diagnosticati tra il 25 maggio e il 7 giugno e per 2.628 di questi è nota la data di inizio sintomi. La Figura 7 evidenzia che per una piccola quota dei casi per cui la data d’inizio dei sintomi è nota, questa si può far risalire a molto tempo prima rispetto alla data di diagnosi. Questo lungo intervallo, verosimilmente, riflette il recupero di campioni rimasti in lavorazione in alcuni laboratori e/o l’intensificarsi delle attività di screening con identificazione di soggetti positivi non più sintomatici con inizio sintomi riferito settimane o mesi addietro. La maggior parte dei casi per cui è disponibile questa informazione, hanno presentato i primi sintomi tra il 25 e il 30 maggio 2020. Considerando il tempo tra esposizione al patogeno e lo sviluppo di sintomi e tra questi e la diagnosi e la successiva notifica, appare verosimile che la maggior parte delle persone diagnosticate negli ultimi 14 giorni abbiano contratto l’infezione nelle 2-3 settimane precedenti.

 

Sappiamo che il sistema di individuazione e diagnosi con tampone dei casi sospetti è migliorato. Da più parti, anche in Lombardia, si apprende che, rispetto ai terribili giorni di marzo e aprile, in cui la stragrande maggioranza delle telefonate di cittadini con sintomi sospetti riceveva solo il consiglio di rimanere a casa, senz’altra possibilità di diagnosi e ricontrollo, i passi avanti sono stati fatti, e sarebbe stupefacente il contrario, visto il carico assai minore delle chiamate.

Mentre quel numero di precedenti infezioni, in parte e lentamente, viene screenato con grande ritardo, e per lo più dimenticato, le nuove chiamate ottengono più rapida risposta. Di queste, circa il 90% risulta comunque negativa al tampone. Come abbiamo precedentemente riferito, solo il 9% delle segnalazioni inviate dai medici di medicina generale alle ATS in Lombardia, e sottoposte a tampone, entra a far parte dei casi positivi. Da questo resoconto, riferito direttamente dall’assessore Gallera lo scorso 5 giugno, relativo alle ultime tre settimane di maggio, si poteva desumere che solo il 10% dei nuovi positivi della Regione Lombardia fossero effettivamente nuove infezioni con sintomi. Mancavano all’appello gli ormai rari casi ospedalieri, e comunque avremmo voluto saperne di più, da allora.

I giorni scorsi sono stati segnati da una media piuttosto alta di nuovi casi in Lombardia. Diciamolo pure: più alta delle attese, secondo i grafici di proiezione che abbiamo tracciato al rilascio del lockdown, per avere una linea “virtuosa” con cui confrontare i dati successivi. Le curve viola dei nuovi casi di quasi tutte le regioni risultano ancora, a distanza di un mese, perfettamente allineate alle nostre linee celesti tratteggiate sulla base dell’andamento di lockdown, a riprova che non c’è stato effetto negativo dal rilascio delle misure di contenimento, in quasi tutto il territorio nazionale. Tranne, appunto, in Lombardia, che in questi ultimi giorni tende a perdere contatto con la buona strada (qui trovate tutti i dati aggiornati).

 

Naturalmente, se potessimo davvero dividere per 10 i casi, seguendo il principio del 10%, avremmo di che stare tranquilli, anche in Lombardia. Ma un solo resoconto, oltretutto incompleto, non basta.

Molte regioni hanno capito l’importanza di raccogliere e di comunicare ai cittadini queste informazioni. Piemonte, Emilia-Romagna, tanto per citarne alcune e non per forza i soliti primi della classe (Veneto), forniscono quotidianamente il dato della provenienza dei nuovi positivi, distinguendo tra screening, RSA, ospedali, e nuovi casi con relativi contatti, questi ultimi intorno al 12% del totale, negli ultimi report. Per non parlare dei cluster, i nuovi piccoli focolai, di cui si parla anche sui giornali (ma stranamente, poco o nulla dalla Lombardia, che pure ha da sola oltre il 60% dei casi di ogni giorno).

Oggi un articolo de il Giorno riferisce di aver “potuto consultare” un report di Regione Lombardia (segreto?), riferito ai casi di ieri, dal quale emerge che circa metà sono sintomatici. Dei 210 nuovi positivi, 173 provengono da tamponi eseguiti entro la settimana.

Ci può essere infatti un disallineamento, come spesso ricordano gli esperti, tra la data in cui il test molecolare viene processato da un laboratorio e quella in cui l’esito viene caricato nel database regionale. Soprattutto da quando, un mese fa, la Regione ha disciplinato l’esecuzione dei test sierologici privati imponendo a chi li vende di acquistare preventivamente tamponi per il 10% dei testandi (e ai laboratori privati a contratto col servizio sanitario lombardo di vendere solo il 20% della sovraproduzione di tamponi rispetto a quanti ne processavano prima lavorando solo per la sanità pubblica). I laboratori privati, a quanto si apprende, in alcuni casi registrano tutti insieme nel sistema di sorveglianza “pacchetti“ di tamponi che possono risalire anche a diversi giorni prima.

Al netto di questo, 124 dei “nuovi contagiati“ scoperti ieri (54 sui 97 totali registrati in provincia di Milano) erano sintomatici o loro contatti stretti, “tamponati“ su richiesta del medico di base, o del lavoro, o dell’ospedale nel quale si sono presentati. Dunque, il 59% del totale. Degli altri, 23 provengono da RSA, 6 dal servizio sanitario, 58 dai test sierologici.

Insomma, il dato di oggi è ben diverso dal 10% che Gallera faceva intendere parlando delle settimane di maggio – forse non contando i contatti degli infetti? (che certo, non danno luogo a nuova chiamata al medico, ma sono certamente nuove infezioni, e pesano sui rischi di diffusione del contagio) – ed è più simile ad un altro pezzetto di informazione, invero oscuro e di nuovo incompleto, aggiunto dallo stesso Gallera il 12 giugno, dal quale risultavano, su 272 nuovi positivi del giorno, 42 riferiti a tamponi eseguiti dopo i test sierologici e 21 riscontrati in alcune RSA. Mancava specifica per oltre il 75% dei casi, che tuttavia a rigor di logica dovremmo prendere per nuove infezioni.

+++ULTIM’ORA+++

Mentre andava online questo articolo, l’assessore Gallera rilasciava una dichiarazione di accompagnamento dei dati del giorno, ancora enigmatica, ma a suo modo chiarificatrice:

“Nei 244 casi positivi rilevati oggi, è importante evidenziare che 77 sono riferiti a controlli a seguito di screening sierologici regionali, 12 a ospiti delle RSA e 8 ad operatori sanitari. Degli altri 147 casi positivi correlati a tamponi eseguiti su segnalazione delle ATS e dei medici di base, la maggior parte evidenzia un esito debolmente positivo. Una situazione che secondo gli esperti, in base a quanto riferito dalle strutture delle ATS e dell’unità di prevenzione di Regione Lombardia, può essere determinata dalla presenza pregressa del virus nell’organismo e non a nuove insorgenze. Il coordinamento della rete ospedaliera evidenza un aumento del numero dei guariti e dei dimessi dagli ospedali”.

È molto apprezzabile il tentativo di seguire l’esempio delle altre regioni e dare dettaglio riguardo i nuovi positivi. Evidentemente tuttavia, si mischiano ancora i nuovi contagi (con sintomi attuali, di nuova insorgenza) con altre segnalazioni ai MMG/ATS, probabilmente inevase da tempo, per le quali il tampone risulta compatibile con infezioni pregresse. Resta ancora quindi da chiarire la quota parte del contagio attivo in Lombardia, che tuttavia con questa informazione torniamo a poter considerare piccola parte nel conto giornaliero dei positivi. Attendiamo fiduciosi nuovi dati, nei prossimi giorni.

Conclusioni

Sottolineiamo in conclusione alcuni punti.

  1. Il sistema di tempestiva individuazione, isolamento e diagnosi dei nuovi contagi, e il tracciamento dei relativi contatti, è essenziale per limitare i rischi, attuali e futuri, che dall’epidemia COVID-19 possano venire ulteriori minacce sanitarie, economiche e sociali.
  2. Il diritto di tutti noi è di poter verificare l’efficacia di tale sistema, con numeri costanti, aggiornati e confrontabili, in ogni regione.
  3. L’unico motivo di allarme attuale potrebbe essere l’aumento dei casi di nuova infezione, ma questo numero non viene riferito con regolarità, e quando giunge, appare ancora inconsistente e mal interpretabile.
  4. Lo stesso dato di occupazione complessiva dei letti dei reparti e TI degli ospedali non dà informazione immediata sul numero delle nuove accettazioni, delle quali continuiamo ad avere solo notizie indirette, pur finora confortanti.
  5. I dati vengono evidentemente raccolti, e molte regioni pubblicano report dettagliati, a differenza della Lombardia, nonostante qui la circolazione del virus sia sempre, comprensibilmente, di gran lunga maggiore.
  6. Auspichiamo che le istituzioni, e i mezzi di comunicazione, pongano maggiore attenzione alla qualità dei dati, e che essi siano informati alla massima trasparenza e utilità, a tutto vantaggio della serenità del cittadino.