Nota sui dati di tracciamento e screening

Nota sui dati di tracciamento e screening
Molti di voi ricorderanno che nei mesi di maggio e giugno, quando andavano di gran moda i test sierologici, specie in Lombardia, il conto dei nuovi positivi era diventato illeggibile. Si mischiavano nello stesso numero i veri nuovi contagi, pochi in realtà, con questi che, risultati positivi agli anticorpi, erano a tutti gli effetti – tranne che a quelli di legge – immuni e guariti, nonostante il tampone positivo.
Cominciammo così a cercare di scorporare il dato, prendendo dalle comunicazioni di Regione Lombardia il numero di sierologici della giornata, per sottrarlo al totale dei nuovi positivi. Per qualche settimana ci parve di dare, unici in Italia, un dato più aderente alla realtà.
Con nostra grande soddisfazione, a fine giugno arrivò dal Ministero della Salute lo scorporo ufficiale. Non fu cosa da poco: per la prima volta da febbraio si introducevano nella Sorveglianza COVID-19 due nuove categorie di dati al report quotidiano trasmesso dalla Protezione Civile. Le definizioni formali apparvero in realtà da subito piuttosto enigmatiche: “I casi identificati dal SOSPETTO DIAGNOSTICO sono casi positivi al tampone emersi da attività clinica. I casi identificati da attività di SCREENING emergono da indagini e test, pianificati a livello nazionale o regionale, che diagnosticano casi positivi al tampone.”
A noi che già dividevamo i casi della Lombardia fu comunque chiaro l’intento: distinguere all’interno del numero totale dei positivi quelli che avevano maggior probabilità di essere infetti acuti, contagiosi, da quelli che, riscontrati occasionalmente, erano più facilmente infezioni già superate. Oltre al vantaggio indubbio di poter fare una valutazione più realistica della forza residua del contagio, lo scorporo ufficiale ci parve dare sottotraccia una conferma di quanto andavamo già dicendo da tempo riguardo al periodo di contagiosità, limitato ai primi giorni, e alla inaffidabilità del prolungato esito positivo del tampone in quella massa di soggetti che avevano in qualche modo – spesso inconsapevole – avuto contatto con l’infezione nelle settimane e mesi precedenti. Insomma, una strada ancora lunga per arrivare alla revisione dei criteri sulla liberazione dell’isolamento, certo, ma prendemmo lo scorporo ufficiale come un tangibile segnale in quella direzione.
Dalla data dell’avvio, 26 giugno, abbiamo dunque sino a ieri riportato, Regione per Regione, le due categorie di positivi, che per brevità abbiamo ribattezzato “da tracciamento” e “da screening”, assumendo – lo ammetto, un po’ arbitrariamente – che nel primo gruppo rientrassero i casi sintomatici e i loro contatti, e nel secondo quelli riscontrati da tamponi eseguiti appunto senza un sospetto diagnostico (es. negli ospedali, nelle aziende, negli aeroporti, ai migranti ecc.) e naturalmente a seguito di test sierologici.
I due gruppi, lo sapete, hanno avuto andamento grosso modo simile, dividendosi la torta circa a metà nella gran parte dei casi, salvo una maggior prevalenza degli screening nelle ultime settimane.
Tuttavia, le cose non sono andate come speravamo, e anziché chiarirsi, si sono ulteriormente complicate. Alcune Regioni hanno preso lo scorporo con molto impegno, direi eccessivo, pretendendo di estendere la divisione anche ai casi precedenti il 26 giugno. Nonostante non fosse uno sforzo richiesto, e sia stato abbandonato quasi subito dalla maggior parte delle Regioni, il Piemonte ha insistito con la revisione, eseguita tuttavia un poco ogni giorno, a ritroso. Ancora oggi, nei dati comunicati al Ministero, il Piemonte ha sempre casi “da sospetto diagnostico” di segno negativo, e “screening” in numero superiore ai nuovi casi del giorno, come a voler ogni volta travasare una piccola quantità di casi dal totale dei tracciamenti a quello degli screening. Col risultato che i totali non sono ancora effettivi, e i parziali del giorno, che potrebbero avere un significato, sono illeggibili. In questi mesi abbiamo fatto buon viso, e ringraziato di poter almeno ricavare il dato “pulito” dal portale della regione Piemonte, che per fortuna è uno dei più puntuali.
Altre Regioni tuttavia eseguono ricalcoli a posteriori, spesso non dichiarati e non evidenti, salvo per la comparsa di segni negativi, qua e là. Basterebbe il dato del Piemonte a far saltare il totale, ogni giorno, ma per far quadrare i conti si devono quasi sempre rintracciare le informazioni delle Regioni sulle varie fonti parallele (portali, twitter, facebook, ecc). Non sorprende quindi che questo scorporo, così tanto atteso, non sia di fatto mai arrivato a popolare le tabelle e i grafici dei telegiornali e dei siti di news, automatizzati sul dataset abituale, e certo non disposti o adatti a rincorrere i numeri in giro per l’Italia (ammesso di capirne il significato, non del tutto evidente, anche per le ragioni che diremo).
Col passare del tempo, i sierologici sono passati di moda, e viceversa si è affermata l’attività di tracciamento dei focolai. Purtroppo lo scorporo, che pensavamo potesse ulteriormente venire utile per distinguere questa dalle altre attività di screening routinarie o preventive, ha mostrato i suoi limiti, indotti a nostro avviso dalla sibillina definizione iniziale delle due categorie. Di fatto, aumentando i casi, si è scoperto che i criteri di scorporo non sono affatto omogenei, tra le varie Regioni. Alcune, come Emilia-Romagna e Liguria, considerano sospetto diagnostico solo i casi sintomatici, e accorpano il contact tracing con lo screening. Altre (Marche, PA Bolzano) dichiarano solo casi da sospetto diagnostico, niente screening. Altre ancora (Calabria, e in precedenza anche Campania) tutto screening, zero sospetto diagnostico.
Salomonicamente il Ministero, anziché chiarire una volta per tutte i criteri di attribuzione dei casi all’una o all’altra categoria, comunica adesso tramite l’Istituto Superiore di Sanità il dato percentuale dei casi divisi per tre, anziché due: sintomatici, contact tracing, screening. Nell’ultimo report ISS le rispettive percentuali sono 28,1%, 33%, 33,8%.
Quindi si va avanti così: tre categorie, ma due contenitori ufficialmente disponibili, in cui ognuno riversa i casi a modo suo, un po’ di qui, un po’ di là.
Il risultato di questa confusione è che, oltre alle percentuali citate da ISS, riferite al dato nazionale, ben poca informazione si può trarre oggi dai numeri che arrivano ogni sera, e che tanto faticosamente abbiamo cercato di rappezzare per due mesi.
Spero dunque non me ne vogliate se da oggi smettiamo di farlo. Torneremo a concentrarci solo sul numero totale di casi, tenendo sempre presente che quel valore include casi di provenienza diversa, e con differente probabilità di essere casi attivi. Saperne di più non è possibile, e ce ne faremo una ragione.