L’occhio sulla palla

L’occhio sulla palla

Rubo un pensiero di Antonio Pascale, che cita l’allenatore di pallavolo Julio Velasco: “Lo schiacciatore se schiaccia male se la prende con l’alzatore: la voglio più vicina. Allora il palleggiatore dice ai ricevitori: se alzo male è colpa vostra, voglio la palla qua. I ricevitori non sanno con chi prendersela. Mica possono avercela con gli avversari. Mi sono sentito come il ricevitore. Un cittadino sul quale piano piano sono state scaricate responsabilità. Il buon esito della fase due dipenderà dai cittadini, dicono. E dagli. E no! Ancora? Come dai cittadini? Almeno datemi strumenti di difesa, tamponi, reagenti, tracciamenti.”

L’appello al senso di responsabilità dei cittadini è ubiquitario. Dal Presidente del Consiglio in giù, fino allo spot dei biscotti, tutti a ripetere che mai come in questo momento è importante che ognuno faccia la propria parte, perché il virus lo si sconfigge con l’aiuto di tutti, e non sarà un farmaco o un decreto ma il comportamento delle Italiane e degli Italiani, e via dicendo.

Si può dar torto? No davvero. Si può forse dire che è sempre importante che ognuno faccia la propria parte, ma il discorso ci porterebbe lontano. Invece vogliamo rimanere esattamente su questo punto: se è importante che il singolo cittadino sia responsabilizzato, allora smettiamo di trattarlo come un bambino, a cui si deve ripetere cosa può fare e cosa no, dove non mettere le mani e cosa non mettere in bocca. O se pensiamo che forse sì, forse una buona parte dei nostri concittadini ha davvero bisogno di questo, si sappia almeno che c’è un’altra ampia parte della popolazione che ha invece ben chiaro il concetto di responsabilità, vive con piena facoltà mentale il peso delle proprie azioni, e impronta il proprio comportamento non all’obbedienza dell’animale impaurito, né alla festosa passività del bebè che guarda la mamma spingere la carrozzina: portami dove vuoi.

Le persone, mediamente, vogliono farsi un’idea delle cose, ed è a questa idea che fanno seguire i comportamenti. Per quanto sembri difficile crederlo, le persone capiscono, se le cose vengono spiegate per bene. E quando capiscono, agiscono meglio e prima.

Ora, ci sono almeno due buone ragioni per dire tutto questo adesso: la prima è che il momento espone molte persone a condizioni estreme, non solo per un immediato rischio sulla salute, ma per il baratro economico che hanno di fronte. Non stiamo insomma discutendo di diritti di lana caprina, ma di questioni di sopravvivenza. La seconda è che non basta più un generico e uniforme richiamo al senso di responsabilità e alle poche regole igieniche: serve una assoluta e tempestiva rispondenza delle persone al pericolo là dove si presenta, serve spegnere l’incendio dove si manifesta, massimizzare lo sforzo nel minimo luogo, ed evitare di strozzare ulteriormente il sistema produttivo dove non sia necessario.

Il lettore lo sa: sino ad oggi abbiamo avuto pochissimi dati a disposizione. Quello che il cittadino ascolta nei telegiornali è contenuto in un paio di tabelle. La più conosciuta e “recitata” è quella delle Regioni, che contiene solo il conto totale dei positivi (ricoveri, terapie intensive, isolamenti domiciliari), i guariti e i decessi. L’altra, quella delle Province, solamente il numero dei casi. Questo è tutto quello che abbiamo. Il report dell’Istituto superiore di Sanità aggiunge e approfondisce qualche elemento di interesse epidemiologico un paio di volte alla settimana, ma nessun dettaglio importante ai fini della localizzazione dei focolai di contagio.

Per essere più espliciti, non si sa, e ad oggi non sa neppure l’ISS o il Ministero:

  • quanti accessi si verificano in Pronto Soccorso, zona per zona
  • quanti malati gravi si presentano e richiedono ospedalizzazione, o Terapia Intensiva
  • quanti nuovi casi positivi siano sintomatici, e quanti asintomatici
  • dove presumibilmente si sono sviluppati i contagi (casa, lavoro, RSA, ospedali ecc.)

Questi dati sono raccolti dalle ATS o ASL, ma viaggiano lenti e spezzettati verso il Centro, e ancor peggio verso la Periferia, cioè i singoli comuni, e i loro cittadini.

Ora, pensate se questi dati fossero disponibili, zona per zona, Comune per Comune, in tempo reale. Pensate se potessimo ricevere un’allerta non per gli incendi boschivi – come mi capita due volte la settimana da quando ho scaricato l’app di Regione Lombardia – ma per un improvviso aumento di casi o sospetti nella mia cittadina, nel mio borgo, nella mia valle. Se, anziché ripetere il numero dei millemila contagi nel mondo, il notiziario mi dicesse che nel mio Comune, o in quello vicino, c’è un nuovo focolaio. Non pensate che metterei più facilmente il naso dentro la mascherina? O farei più attenzione a tenere le distanze al supermercato o sui mezzi pubblici?

Certo che dobbiamo fare attenzione comunque e sempre. Ma l’attenzione – lo sanno bene gli insegnanti – non è una risorsa infinita. È un elastico che si smolla, se troppo tirato. Non solo: è controproducente, se tirato ovunque allo stesso modo. Gli esercizi commerciali, i bar, i ristoranti, gli alberghi, le aziende, devono ritornare a lavorare a pieno regime, e prima possibile. L’unico modo per farlo, in relativa sicurezza, è sapere che in qualsiasi momento, e in qualsiasi luogo, saremo in grado di chiudere le porte al virus immediatamente, non appena ci fosse ripresa di contagio.

I dati sono tutto, in un’epidemia. In questo momento siamo ad occhi chiusi, e attendiamo di capire se riparte l’incendio sniffando l’aria attorno a noi. Abbiamo invece bisogno di avere gli occhi ben aperti. Tutti quanti, non solo qualche oscuro ufficio epidemiologico o direzione di azienda sanitaria locale.

Siamo noi a ricevere la palla? Fatecela vedere arrivare, e noi faremo del nostro meglio.

Dott. Paolo Spada
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