Lo spirito migliore

Lo spirito migliore

A pochi giorni dalla probabile, e necessaria, riapertura delle attività, comprendo benissimo, e in larga parte condivido, le ansie di chi si chiede se oltre 3.700 nuovi contagi al giorno ancora registrati fino ad oggi siano compatibili con una uscita sensata, o non siano piuttosto da intendere come un triste monito, assieme ai numeri dei tanti morti, che nessuno più pare voler, o poter ascoltare. Una voce insistente, che fa però l’effetto di quei rumori di fondo, ripetuti all’infinito, a cui ci si abitua, come a un fastidio ineliminabile.

Nemmeno biasimo chi, per sostenere una ragione o il suo esatto contrario, è tentato di buttar via quei numeri insieme a tutti gli altri, convinto che ormai a nulla servano, screditati, incompleti, del tutto inaffidabili.

Noi ai numeri continuiamo a guardare. E non perché non ci sia altro da fare, ma perché con tutti i limiti del caso, qualcosa continuano a dirci, se si sa ascoltare. Con meraviglia, ci si può accorgere che non si tratta solo di presagi di sventura.

Innanzitutto, i contagi. Certo, non siamo a quota zero, ne siamo ben lontani. Ma chi confronta i numeri delle prime settimane di epidemia, fino al picco di 6.557 casi del 21 marzo, non deve essere tentato di concludere che siamo oggi a un livello solo di poco inferiore ad allora. È del tutto evidente che ciò che registravamo in quelle settimane, nell’affanno di una massa improvvisa di pazienti che giungevano in Pronto Soccorso in condizioni gravi o disperate, era la punta dell’iceberg (metafora abusata, lo so, ma mai appropriata quanto in questo caso, anche come proporzioni tra il visibile e il sommerso). Decine di migliaia di persone si ammalavano contemporaneamente e solo pochi, e nemmeno tutti i più bisognosi, riuscivano ad arrivare alle cure, e al tampone.

I 3.700 casi positivi di oggi sono invece in larghissima parte frutto di una campionatura sul territorio, uno sforzo, pur tardivo e incompleto, di rintracciare a casa, o nelle piccole comunità, gruppi di infetti che continuano a mantenere la circolazione del virus, spesso in modo del tutto asintomatico.
I reparti COVID degli ospedali si stanno lentamente ma chiaramente svuotando, l’alta marea è certamente passata, i casi più impegnativi hanno maggiori opportunità di essere curati. Sono anche meno gravi, forse, ma perché giungono prima all’osservazione.

Per trovare metà dei positivi delle prime settimane, dobbiamo fare oggi più del doppio dei tamponi di allora. Ne facessimo ancora di più, ne troveremmo molti altri, certamente. Ma ricordate? dicevamo fin dall’inizio che l’epidemia non era preoccupante per il rischio di ognuno di avere gravi conseguenze, ma per il rischio che pochi, in un contagio esteso, mettessero in crisi l’intero sistema. Esattamente quello che è successo, ma che al momento, non sta più succedendo. Per larghissima parte, negli ospedali, stiamo ancora curando gli effetti delle prime settimane, la nuova richiesta è ridotta, nemmeno paragonabile. E non è un fenomeno casuale, o un miracolo del cielo. Non è il virus che è diventato mansueto. Siamo noi che gli abbiamo fatto “mancare ossigeno” (tié!) con un ragionevole distanziamento sociale. Una serie di azioni che funzionano, e che possiamo ripetere, quando necessario.

La durata della malattia appare semmai ben più lunga delle attese, sia nelle degenze, sia nelle infinite quarantene, con i tamponi (per i pochi fortunati che ancora li possono fare) che stentano a negativizzarsi anche dopo 3 o 4 settimane. Niente di divertente, certamente, ma saperlo aiuta. In attesa di una più capillare operazione di screening (arriverà mai?), sappiamo oggi che l’isolamento degli infetti e dei sospetti va mantenuto più a lungo. Questa arma rimane la più efficace per ridurre il contagio, adesso e in futuro.

A proposito di consapevolezza. Non sono state settimane buttate via. Hanno insegnato tanto, a tutti. Questo popolo così insofferente alle regole ha avuto un comportamento onesto, più che decoroso. Perfino le bistrattate leadership, a confronto con molte altre nel mondo, non ne escono poi così male. Errori? Certo. Incompetenza? Sicuro. Approssimazione? Tanta. Ma questa è la storia dell’uomo, non facciamocene una colpa esclusiva, guardiamoci intorno e non perdiamo fiducia. Abbiamo superato – in qualche modo, ma sì, l’abbiamo fatto – uno tsunami devastante, e siamo ancora in piedi. Feriti e malconci, come i nostri padri o nonni e, stiamone certi, anche i nostri nipoti o pronipoti saranno un bel dì.

Non importano le avversità della vita, importa il modo in cui le affrontiamo. Trovare lo spirito migliore.

Dott. Paolo Spada
Link alla mia pagina Facebook

Rimani aggiornato sugli articoli del Dott. Spada

Ci occuperemo di avvisarti via e-mail quando ci saranno nuovi aggiornamenti e informazioni rilevanti.