La svolta

La svolta

Ricostruiamo gli eventi delle ultime ore, che già dicono molto:

  • Il 17 giugno, mercoledì scorso, l’OMS pubblica le nuove raccomandazioni sul rilascio dell’isolamento dei pazienti COVID-19 (peraltro deliberate diversi giorni prima): il doppio tampone negativo non serve più, bastano i criteri clinici.
  • Per tre giorni, in Italia, nessuno si accorge di niente (o comunque dice niente).
  • Il 20 giugno, del tutto fortuitamente, scopriamo la notizia sul sito dell’OMS, e ne diamo immediata comunicazione con un articolo qui, sul Segnalatore.
  • Dopo poche ore, il Corriere della Sera rilancia la notizia (con ampio copia/incolla delle nostre parole, pur senza citarci). A ruota, seguono tutte le altre testate e media.
  • 21-22 giugno: qualcuno comincia a capire la portata dell’argomento, e arrivano le varie dichiarazioni.

Questo per dire, senza falsa modestia, che se finalmente si parla di liberare 18.000 persone da un inutile isolamento (e non solo di questo: ma ci arriviamo) si deve alla nostra impavida attività di reporter in poltrona. La stampa pensa ad altro, e lo stesso Direttore aggiunto dell’OMS Ranieri Guerra preferisce esternare sui festeggiamenti dei tifosi di calcio, anziché riportare importanti aggiornamenti della sua (e nostra!) organizzazione.

Ma va ben oltre, e ora dichiara in un’intervista al Corriere, a proposito delle nuove raccomandazioni, che “l’Italia farà una valutazione e deciderà come utilizzarle. Se opterà per il mantenimento del doppio tampone negativo, come unico criterio necessario per interrompere l’isolamento di un paziente, avrà scelto la strada della prudenza”.

Prudenza eccessiva. Tutte le evidenze scientifiche, che abbiamo riportato in questi mesi (rimando a questo articolo, e altri riferimenti sono qui), indicano che il virus non è più attivo oltre 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi, nonostante il tampone resti positivo rilevando tracce di RNA per molte settimane, in pazienti ormai del tutto guariti e non contagiosi. Come ammette Guerra, sono stati citati dall’OMS 43 studi di riferimento, non uno solo. Oltre alle osservazioni microbiologiche, ci sono i dati epidemiologici delle coorti dei pazienti dopo i primi giorni di malattia: non infettano più nessuno.

Ma Guerra non si dà pace. “è un’alternativa pensata soprattutto per i sistemi sanitari che hanno difficoltà ad applicare le iniziali raccomandazioni sul doppio tampone negativo”. Francia, Germania, Regno Unito, Olanda, Svizzera? Sono questi i paesi che avrebbero difficoltà? Perché tutti questi Paesi, ed altri, da tempo adottano solo criteri clinici per rilasciare l’isolamento dopo COVID-19. Siamo rimasti solo noi a fare i tamponi.

L’Italia è un Paese che i doppi tamponi può permetterseli e riesce a farli”. Il punto non è se possiamo permetterci i tamponi, che dovremmo peraltro riservare con ampia disponibilità di mezzi e risorse ai casi sintomatici, e ai loro contatti, facendo veramente un serio tracciamento, capillare e tempestivo. Il punto è se ha senso costringere in isolamento migliaia di persone nell’attesa sfibrante di due tamponi negativi quando la malattia è superata. Settimane e settimane, a volte mesi. Test ripetuti molte volte, perché uno è negativo, il successivo torna positivo e via così.

So di una ragazzina di 13 anni, ancora oggi in isolamento da due mesi, dopo che è stata trovata positiva, del tutto asintomatica. Il papà lavora in ambulanza, e aveva contratto il virus: dopo pochi giorni stava già bene, ma aveva trasmesso il contagio ai familiari, peraltro senza alcun disturbo evidente, almeno da parte del virus. La giovane figlia continua a risultare positiva e a dover rimanere chiusa in casa, lontana da tutti. Ha il prossimo tampone, l’ennesimo, il 24 giugno. Come sarà stavolta?

Perché oltretutto, in molte occasioni, a dispetto di quello che Guerra chiama “la regola d’oro del doppio tampone”, si verifica che dopo il doppio negativo, ci sia anche la ripositivizzazione. Lo si scopre spesso sugli operatori sanitari, che ripetono periodicamente il tampone, indipendentemente dalla malattia: chissà quanti di quelli già liberati dalle pastoie formali, si troverebbero nuovamente positivi, se si rifacessero i tamponi a tutti. Naturalmente nessuno di questi è contagioso, e delle ripositivizzazioni possiamo del tutto disinteressarci. Semplicemente il virus lascia le sue tracce, che impiegano mesi a smaltirsi. Che regola d’oro è quella di inseguire le cicatrici di una ferita guarita?

Intendiamoci: l’analisi del tampone è uno strumento efficacissimo per piazzare la diagnosi nel caso sospetto, e per passare al setaccio i famigliari, gli amici, i colleghi. Trova il segno inequivocabile della malattia quando non si è certi che ci sia. Ma non è in grado di dire altro sul decorso, facciamocene una ragione.

Imporre il dogma positivo=contagioso è irragionevole, e induce a cascata una serie di conseguenze non trascurabili. A partire dalle questioni attinenti le restrizioni della libertà personale e i diritti costituzionali, su cui molti avvocati hanno già presentato denuncia-querela. Ma non solo.

Abbiamo verificato che molte persone ormai non segnalano sintomi come febbre o malessere, nel timore di dover subire una infinita quarantena, con tutte le sue conseguenze lavorative ed economiche, che in pochi ormai possono “permettersi” (come direbbe Guerra). La regola d’oro sta diventando un’arma a doppio taglio, di cui rischia di fare le spese proprio lo sforzo di contenimento dell’epidemia.

È noto, per fare un altro esempio, che vi sia bassa adesione alla campagna di test sierologici, lanciata da ISS e Croce Rossa, per lo studio epidemiologico nazionale, e che essa sia dovuta al ritardo con cui vengono eseguiti i tamponi sui volontari risultati positivi agli anticorpi, come riporta il Corriere, e – aggiungiamo noi – al timore di poter risultare positivi, senza alcuna malattia attiva, e finire agli arresti domiciliari per mesi.

Per non parlare dei dati dell’epidemia, ormai del tutto illeggibili, mischiati come sono i pochi veri contagi rimasti sul territorio, agli infiniti “falsi” positivi, frutto di infezioni pregresse, ormai del tutto spente. Non esiste una soglia discriminante, all’analisi del tampone, che possa davvero distinguere i casi attivi da quelli passati. L’unico criterio certo è quello del tempo trascorso dai sintomi. Continuiamo a contare come nuovi infetti persone che risultano positive ai test sierologici, e ancora al tampone, ben sapendo che non sono contagiose. A chi giova questa confusione?

Servirebbe invece una svolta davvero, sul controllo del contagio. Stavolta però non facendo ricadere di nuovo il peso e la responsabilità sui cittadini, ai quali è stato chiesto tutto ciò che potevano, e di più. Da adesso in avanti la lotta la deve fare il Sistema Sanitario, con un aggressivo lavoro di isolamento e tracciamento tempestivo dei nuovi casi e relativi contatti (per tempestivo intendo: immediato, entro poche ore dalla segnalazione dell’insorgenza dei sintomi).

Finora su questo fronte siamo stati molto carenti, a volte vergognosamente carenti. Si può e si deve fare di più, e meglio. Queste sono le azioni che faranno la differenza, d’ora in poi: arrivare prima sugli infetti, ed evitare che propaghino il virus. Non chiudere in casa chi è già guarito.