La complicata questione dei test sierologici

La complicata questione dei test sierologici

Dovrebbero aiutarci a capire chi abbia avuto il coronavirus, ma non sono ancora molto affidabili e difficilmente daranno una “patente di immunità”

Alla fine della scorsa settimana il commissario straordinario per l’epidemia da coronavirus, Domenico Arcuri, ha aperto una gara “in procedura semplificata e di massima urgenza” per l’acquisto del materiale necessario per eseguire almeno 150mila test sierologici, con l’obiettivo di svolgere un’indagine campione sulla diffusione del nuovo coronavirus tra la popolazione italiana. L’iniziativa dovrebbe consentire di avere un quadro più completo e affidabile sull’effettiva presenza del coronavirus: richiederà almeno un mese per essere completata e sarà la prima vera prova di utilizzo dei test sierologici di cui si è parlato molto nelle ultime settimane.

Questi test, che implicano un’analisi del sangue, sono stati descritti in più circostanze (soprattutto dagli amministratori di alcune regioni) come “la soluzione” per identificare rapidamente gli individui senza coronavirus o guariti dalla malattia, in modo da rendere più sicura la delicata fase di ritorno alla normalità, con minori restrizioni e la ripresa della maggior parte delle attività produttive. Alcuni hanno parlato perfino di una “patente di immunità”, ma le cose sono molto più complicate: secondo diversi esperti la fiducia riposta nei test sierologici è eccessiva, a questo stadio delle conoscenze sull’epidemia e il coronavirus.