Il virus è nelle nostre mani

Il virus è nelle nostre mani

L’epidemia si sta svuotando e il coronavirus diventerà innocuo come un raffreddore”. Oggi, come prevedibile, tutte le agenzie e i giornali rilanciano le dichiarazioni di Massimo Clementi, direttore del laboratorio di virologia del San Raffaele. L’analisi è in realtà, almeno per il momento, prettamente clinica, mentre per le prove di una mutazione del virus si dovrà attendere. La tesi si basa fondamentalmente sull’osservazione del quadro di presentazione dei pazienti che giungono in ospedale. “All’inizio dell’epidemia arrivavano 100 persone in pronto soccorso, la maggioranza delle quali bisognose della terapia intensiva, e ora non arrivano più. Le cose sono cambiate da un paio di settimane, i reparti si stanno man mano liberando. L’infezione non arriva più alla fase gravissima della cosiddetta tempesta citochinica, in cui le persone rischiano la vita. In generale, sono in forte calo i pazienti che hanno bisogno di ospedalizzazione. L’epidemia c’è ancora, ma dal punto di vista clinico si sta svuotando”.

È una bella notizia, che non intendo certo confutare. Mi limito a notare tuttavia che, per spiegare la “mutazione clinica”, forse potrebbe essere sufficiente considerare l’effetto del distanziamento sociale, e la matematica elementare.

Immaginiamo la zona intorno a un ospedale. Nelle settimane cruciali dell’epidemia, 10.000 pazienti – prendiamo un numero tondo, tanto per capirci – manifestavano sintomi, quasi sempre lievi o modesti, e altrettanti si infettavano senza accorgersene; sebbene solo una piccola percentuale presentasse sintomi più seri, il numero di questa punta dell’iceberg bisognosa di cure era consistente: diciamo 1.000 pazienti. Di questi, solo 100 venivano ricoverati nella Terapia Intensiva e nei reparti dell’ospedale, che in affanno cercava di dimensionare le proprie capacità ricettive su un’onda montante di pazienti, del tutto imprevista. Sappiamo che molte persone, in condizioni anche difficili, sono state rimandate a casa, molte altre non sono mai arrivate. Il ritardo con cui le cure erano prestate è stato fatale anche per molti dei ricoverati, proprio perché la presentazione clinica della malattia risultava spesso avanzata, in piena tempesta citochinica. Ma sappiamo che perfino allora, chi aveva la fortuna di giungere più precocemente alle cure, aveva un outcome favorevole.

Due mesi dopo, a settimane dall’introduzione del lockdown, il numero dei contagiati è cento o forse mille volte più basso (quanto esattamente non lo sappiamo: ma ci torneremo). Che sia stato il distanziamento a ridurre quel numero ce lo dice la storia dell’epidemiologia, oltre che l’esperienza del resto del mondo, e non mi pare ora il caso di mettere in dubbio le poche certezze che abbiamo. La porzione di casi severi, insomma, pur considerando la stessa percentuale dell’iceberg, è quindi ora limitata a pochissimi casi. Non solo. Quegli stessi casi hanno ora accesso libero alle cure, in ospedali ormai potenziati sulla base dei numeri di marzo. Nessuno attende più a casa, le persone sono molto più consapevoli del problema e il sistema molto più pronto ad accoglierle. Non sorprende che la presentazione clinica sia quindi, anche per i pochi casi più gravi, meno compromessa. Le cure sono assai più precoci, e in definitiva più efficaci.

In ogni paese, senza alcuna eccezione, alle misure di lockdown ha fatto seguito la contrazione del tasso di riproduzione virale, la riduzione dei contagi e dei morti, e la stessa evidenza di ridotta aggressività dell’epidemia. Sfasata nel tempo, a seconda della fase del contagio e dell’avvio del social distancing, per cui ora in UK l’onda è ancora in salita e muoiono a centinaia, mentre altrove è quasi spenta. Ora, che il virus muti “a comando” non mi pare realistico. Se si tratti quindi di mutazione nel senso genetico del termine, o solo di diverso comportamento del virus in risposta alle misure di distanziamento, lo lasciamo dire ai virologi. A noi basta sapere che non siamo di fronte a una gentile concessione di mister SARS-CoV2, ma a un effetto, diretto o indiretto, delle misure di contenimento. Se questo è vero, va altrettanto considerato che il virus – non me ne voglia il Professor Clementi se mi permetto di avanzare questo sospetto – potrebbe “mutare” di nuovo al contrario, nel momento in cui le stesse misure venissero a mancare. Ma sono certamente io a sbagliarmi, quindi non fate caso.

A raffreddare ulteriormente il mio entusiasmo ci si mette il Prof. Massimo Galli, virologo del Sacco. ”Un virus simile a questo impiegò circa sessant’anni per diventare normale raffreddore. È davvero troppo presto per provare a disegnare scenari di evoluzione positiva della malattia. La verità è che non siamo in grado di prevedere come si comporterà questo virus in futuro. Purtroppo, una seconda ondata pandemica non si può affatto escludere.

Se quindi anche la scienza ci lascia poche certezze e molti dubbi, non ci rimane che contentarci di verificare, nei numeri, l’andamento favorevole dell’epidemia, in questi giorni sospesi tra il rilascio del lockdown e le sue possibili, e imprevedibili, conseguenze.

Ci aiuta il commissario ad acta all’emergenza Coronavirus in Emilia-Romagna, Sergio Venturi, che proprio domani porterà a termine il suo incarico: “La malattia se ne sta andando, avremo una fase di convivenza con il virus e poi una nuova normalità”. E ancora: “Non ci sono quasi più casi sintomatici, se non quelli che si registrano negli appartamenti o nelle case protette e a seguito di esami che vengono fatti agli ospiti. I casi che si presentano con sintomi apprezzabili alle cure dei medici si contano, in ogni provincia, sulle dita di una mano”.

Come si vede, cambiano le regioni ma non la sensazione, che abbiamo raccolto da più parti, di un numero esiguo di veri contagi, a fronte di numeri assai più consistenti di positivi che si aggiungono ai conteggi: 108 in Emilia-Romagna ieri, 720 in Lombardia. Se tanto mi dà tanto, nelle nostre flagellate province ci sono meno casi in un giorno di quelli che si possono contare sulle dita di sette mani. Uno scenario un po’ diverso, rispetto alle imminenti catastrofiche sventure che le centinaia di casi strombazzati su ogni canale prefigurano, non credete?

È davvero paradossale, e lo dico col sorriso. In uno dei momenti più tesi della storia recente del nostro paese, non abbiamo idea, se non vaghissima, di quello che sta succedendo. Ripetiamo da giorni che conoscere i dati veri, quelli che fanno la differenza, avrebbe un impatto considerevole sui nostri comportamenti, e sul nostro destino. Non il numero dei positivi al tampone (che include decine e centinaia di casi contagiati molte settimane fa), ma il conto dei pochi che hanno nuovi sintomi. Non il numero totale dei ricoverati, ma quello dei nuovi ricoveri, e degli accessi in PS. Non un dato complessivo, tardivo e indefinito di tutta una Regione, ma un segnale immediato e concreto dei focolai attivi, là dove ci sono, se ci sono. Vorremmo il polso della situazione, luogo per luogo, Comune per Comune, per capire dove e quando sia davvero il momento di aprire, di più, di meno.

Non lo chiediamo noi, l’ha chiesto il governo stesso. Ma ancora stasera saremo qui ad ascoltare le solite note, a calcolare percentuali di aumento a doppia cifra decimale, su numeri che hanno sempre meno significato, ogni giorno che passa.

L’unica speranza, e lo dico senza polemica, e senza rassegnazione, è che chi decide per noi lo faccia con cognizione di causa. Anche solo usando le dita delle mani.

Dott. Paolo Spada
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