I numeri nascosti dell’epidemia

I numeri nascosti dell’epidemia

Riporto un breve passo di un articolo di oggi del Corriere della Sera:

I numeri della Lombardia che preoccupano sono quelli meno noti. Per capire perché è in ballo l’ipotesi che i suoi confini possano non essere riaperti dal 3 giugno — opzione che si spera di scongiurare — bisogna allora fare ancora uno sforzo. E guardare quelli che in gergo chiamano indice di rischio netto e indice di rischio potenziale. Sono rispettivamente i «nuovi contagi settimanali» e il «numero di malati complessivi» rispetto alla popolazione (su 10 mila abitanti). È anche su questi parametri che deve essere concentrata l’attenzione degli esperti per decidere il via libera ai movimenti extraregionali. Lo spiega l’epidemiologo Vittorio Demicheli che fa parte della cabina di regia del ministero della Salute in rappresentanza delle Regioni: «In base all’ultimo monitoraggio della scorsa settimana, la Lombardia ha 2,4 nuovi contagi a settimana ogni 10 mila abitanti. Il Veneto e la Toscana lo 0,4, Sardegna e Sicilia lo 0,1.».

Ora, chi ci legge sa che questi numeri “meno noti” noi li pubblichiamo regolarmente, in mappe e grafici interattivi aggiornati ogni sera. Trovate quest’ultimo dato citato, di prevalenza su 7 giorni, nell’infografica dei “pianeti”, sia per le regioni che per le province, insieme al dato di incremento percentuale: due piccioni con una fava.

Bene, e cosa c’è che non va? C’è che quei dati, per quanto possano sembrare meno noti, sono semplici estrapolazioni dei numeri della Protezione Civile, quei soliti numeri che da tre mesi sono declamati nei TG e che – per un’illuminata intuizione iniziale – sono da sempre disponibili al pubblico in un repository dedicato della PC/pdc, da cui attingiamo ogni sera.

Ora, che per decidere il via libera la cabina di regia del Ministero della Salute faccia affidamento su questi dati, è motivo di qualche preoccupazione: i numeri nascosti non sono questi, ma altri.

Spieghiamoci per bene, una volta per tutte.

I nuovi casi confermati ogni giorno sono la somma di due quantità distinte:

1) i “veri” nuovi casi sintomatici, cioè il numero delle persone che realmente si ammalano ancora oggi con febbre, malessere ecc., si rivolgono al medico, e vengono quindi testati mediante tampone, risultando positive. Questo sembrerebbe un piccolo numero, stando al percepito degli ospedali e del territorio, ma ci torniamo.

2) i tamponi positivi eseguiti in corso di screening su pazienti attualmente asintomatici, che magari hanno contratto l’infezione molte settimane prima, con o senza disturbi, e ancora presentano tracce virali nelle mucose (ma che con alta probabilità non sono più contagiosi). Ricordo che la negativizzazione dei tamponi è un processo che, inizialmente stimato pari a 2 settimane, si dimostra ora richiedere mediamente 40 giorni, con punte che superano i due mesi. Anche per via di questo ritardo, il numero dei tamponi positivi asintomatici è verosimilmente importante, nel totale dei nuovi casi confermati ogni giorno, considerato che sono tuttora in corso gli screening dei sanitari, delle comunità e delle RSA, e vengono ora eseguiti estesamente i test sierologici, i cui sieropositivi richiedono appunto approfondimento con tampone.

Ora, nei dati della PC di cui parliamo, non c’è alcuna distinzione tra queste due categorie di pazienti, e non c’è modo di discernere, quindi, tra il tasso di infezione attuale, immediato, e quello di giorni o settimane (perfino mesi) precedenti. Noi, e i media, ci “divertiamo” ogni sera a spremere il massimo di significato possibile da questi numeri grezzi, ma lascia molto perplessi che perfino la cabina di regia del Ministero non disponga di dati scorporati. O non ne voglia parlare (forse per buoni motivi: detesto i complottisti, per cui mi limito per il momento alla perplessità).

Prosegue il Corriere:

In assoluto, inoltre, visti i 24.477 malati attuali (di ieri il calo più importante, meno 700), sono presenti e ancora potenzialmente infettivi in Lombardia 24 soggetti ogni 10 mila abitanti, contro la media italiana del 9,2. «Sono dati che non possono essere ignorati e consigliano prudenza — sottolinea Demicheli —. In percentuale sulla popolazione le persone potenzialmente contagiose hanno ancora numeri significativi». 

Di nuovo, si fa riferimento ai dati che tutti noi abbiamo a disposizione. È curioso che siano oggi contate come potenzialmente contagiose quelle stesse persone che la Regione Lombardia per tre mesi ha accumulato nel conto degli isolamenti domiciliari, senza monitorarli o ricontrollarli con tampone, e presentandoli sempre come guariti nelle conferenze stampa. Chi se lo fosse dimenticato, ne avevamo parlato qui.

Ma quello che mi preme di più ricordare è che la stessa cabina di regia del Governo aveva esplicitamente imposto, un mese fa, in occasione del dpcm del 26 aprile, specifiche condizioni di monitoraggio epidemiologico. Quelle stesse persone che lo stesso Corriere definisce gli scienziati che frenano sulla riapertura della Lombardia, sono gli esperti della Commissione Tecnico-Scientifica che avevano giustamente richiesto alle Regioni dati immediati, quelli contenuti nei diagrammi di flusso in appendice al decreto, che vi riportiamo qui sotto. (Non vi spaventate: quel che ci importa sono poche, precise parole. Seguitemi.)

Come avevamo allora già evidenziato, senza addentrarci nella descrizione dei vari percorsi, il passaggio da una prima Fase 2A ad una successiva Fase 2B, era legato esclusivamente alla verifica delle capacità di monitoraggio epidemiologico (diagramma 1). Diamo per buono che siano state nel frattempo implementate le richieste di minima per la sola fase 2A, le quali includevano già “l’abilità di testare tempestivamente tutti i casi sospetti”, oltre alla possibilità di garantire – genericamente – “adeguate risorse per contact-tracing, isolamento e quarantena”. In Lombardia permangono dubbi sulla tempestività della diagnosi, e sul tracciamento, ma siamo indulgenti, e passiamo oltre.

Gli standard minimi di qualità della sorveglianza epidemiologica venivano descritti nel secondo diagramma (tabella cerchiata di giallo). Si richiedeva, in sostanza, che vi fosse, nei dati trasmessi dalle Regioni al Ministero, almeno il 60% (e con trend in miglioramento) dei:

  • casi sintomatici che includano indicazione della data di inizio sintomi
  • casi ricoverati in reparto che includano indicazione della data di ricovero
  • casi ricoverati in terapia intensiva che includano indicazione della di ammissione in TI
  • casi con indicazione del comune di domicilio o residenza.

Sono numeri che abbiamo a lungo sperato di avere, e che darebbero una visuale ben più chiara, e immediata, dei contagi e dell’epidemia. Li abbiamo richiesti alla repository della PC, ricevendo rassicurazione che li avremmo avuti, ma da allora sono passate settimane, e ancora non si vedono.

Non passa sera che nei commenti ai nostri post non si faccia richiesta di questo genere di informazione, che a tutt’oggi non solo manca al pubblico, ma – ci sembra di capire – non è disponibile nemmeno a chi dovrebbe prendere le decisioni che ci riguardano più da vicino.

Oppure questi dati ci sono, ma si preferisce tacerne, anche nelle interviste. Con buona probabilità, stando alle voci, al passaparola tra gli ospedali e i medici, e a tutto ciò che di meno scientifico e rituale possa esserci in questo genere di comunicazione, se oggi prendessimo visione di quei dati, ne saremmo alleviati, rincuorati, perché vedremmo la situazione attuale, e non più questa media inesatta di un tempo impreciso che ci viene passata ogni sera.

Chissà, forse hanno timore che festeggeremmo tutti quanti in una spericolata movida.