Facciamo la pace

Facciamo la pace

Parlo di Covid, naturalmente. Per la curiosità di chi ha seguito i numeri della pandemia per due anni, ed è rimasto forse un po’ spiazzato da quando ho smesso di pubblicare i grafici, do qui un piccolo aggiornamento, e un commento. Trovate le slide al solito link: https://public.flourish.studio/story/722265/

In questi quaranta giorni non ci sono state grandi novità, sul fronte Covid: abbiamo registrato un discreto rialzo di contagio nelle settimane di marzo, come ci aspettavamo, che ha raggiunto un plateau, e tende ora a scendere (senza bisogno di altre misure restrittive, anzi proseguendo lentamente la loro rimozione).

Come sempre, l’indice Rt segue con ritardo le variazioni percentuali, e come sempre i media riportano il numero dei decessi del giorno, con le rituali raccomandazioni istituzionali alla prudenza. Su questi argomenti vale forse la pena soffermarsi.

In realtà, il carico ospedaliero non ha risentito particolarmente di questa ripresa, salvo dover rallentare la liberazione di posti letto, la quale tuttavia non può proseguire più di tanto. In occasione di ogni rialzo di contagio, infatti, la positività viene accertata in un numero elevato di pazienti che giungono per altre ragioni, e che con le regole attuali richiedono isolamento. Questo si traduce spesso in una sosta forzata nei reparti Covid, nel ritardo delle cure specialistiche, e nell’ingrossamento dei numeri relativi al reale impatto clinico della malattia, che è ormai modesto (e continua a riguardare soprattutto chi, nonostante età o condizioni di rischio, non si è voluto vaccinare).

Restano validi alcuni concetti di fondo: si tratta di un virus che rimarrà in circolazione, e che continuerà a creare ondate epidemiche, specialmente nei mesi invernali. Per nostra fortuna, le ultime varianti generano meno frequentemente problematiche respiratorie, e benché assai trasmissive, trovano ormai una base di immunità molto diffusa nella popolazione, che ne attenua la pericolosità, sia a livello individuale che collettivo. Complessivamente, il 99,36% dei casi di positività registrati si presenta oggi al più con i sintomi di un raffreddore o di un’influenza, e tre volte su quattro non dà alcun disturbo, essendo solamente un riscontro del tutto occasionale. I casi severi sono lo 0,54% del totale (in passato erano dieci volte più frequenti). Quadri critici si presentano ora solo nello 0,08% dei casi. Attenzione: queste percentuali si riferiscono al totale dei casi registrati, mentre sappiamo che i contagi reali sono molto più numerosi (da 2 a 10 volte tanto, per lo più asintomatici). Si tratta quindi di numeri davvero molto piccoli. La letalità complessiva, scesa allo 0,11% dei casi registrati, è probabilmente inferiore a quella dell’influenza. Nelle slide trovate tutti i dettagli per fascia di età.

Il grafico dell’eccesso di mortalità, nel quale incrocio i dati dell’ISTAT a quelli del registro Covid, arriva fino a febbraio, e mostra ciò che ci aspettavamo: buona parte dei decessi che attribuiamo a Covid è compensata da una riduzione dei decessi per altra causa. Il dato si riferisce all’ondata invernale, risente ancora della variante Delta, ed è certamente destinato a confermare in modo ancora più evidente, andando avanti, ciò che vediamo in ospedale: i decessi che attribuiamo a Covid avvengono in gran parte per altre cause, e in soggetti molto vulnerabili, per i quali il peso relativo dell’infezione, mal ponderabile, ma complessivamente sempre più lieve, partecipa nella destabilizzazione di un equilibrio già molto precario. D’altra parte, non sappiamo ancora quantificare, ma è possibile che non sia trascurabile, la quota di decessi che avvengono per ritardo di diagnosi e cura in conseguenza del carico sul sistema sanitario, indotto non dalla malattia in sé, ma dalla gestione della pandemia, sul personale, le strutture, e sui pazienti. Questa quota rimane invisibile nella curva, ma potrebbe rappresentare da sola buona parte dell’eccesso di mortalità che ancora registriamo. Tornare a occuparci dei malati, e non delle positività, è un obiettivo che non possiamo più rimandare.

Lo stato di emergenza è terminato, ma è ancora molto difficile uscire davvero dalla pandemia. Nel consueto report settimanale, l’Istituto Superiore di Sanità raccomanda di “continuare a rispettare rigorosamente le misure comportamentali individuali e collettive raccomandate, ed in particolare distanziamento interpersonale, uso della mascherina, aereazione dei locali, igiene delle mani, riducendo le occasioni di contatto e ponendo particolare attenzione alle situazioni di assembramento.”

La domanda viene spontanea: per quanto tempo ancora? Dal momento che il virus rimarrà in circolazione nella popolazione, la risposta dovrebbe essere: per sempre. Ora, condivido che si può sopravvivere anche senza assembrarsi (c’è chi sopravvive sotto le bombe, figuriamoci), e che il disagio della mascherina è relativo (ma davvero vogliamo portarle per sempre?), non dimentichiamo che interi settori economici risentono sfavorevolmente del distanziamento. Per non parlare degli aspetti sociali, educativi, psicologici.

Ma c’è di più. Siamo certi che limitare – per quanto si riesca realmente, con mascherine e distanziamento – la circolazione del virus sia davvero una buona idea? Intendo scientificamente. Che l’approccio sia differente, fuori dal nostro Paese, è cosa nota. Ora, sia chiaro che le politiche sanitarie sono scelte, sono decisioni: tutte legittime, ma non confondiamole con la Scienza, di cui non siamo unici depositari nel mondo.

Questo virus arriverà a tutti, prima o poi, e probabilmente più di una volta. Se credete di non aver mai avuto il Covid, è possibile che vi sbagliate, e comunque è molto probabile che ciò avverrà nei prossimi mesi, con o senza la mascherina. Nella gran parte dei casi, non ve ne accorgerete nemmeno, sarete solo un tram che il virus prenderà per passare ad altre persone. Ciò che farà davvero la differenza, in quel momento, sarà il vostro grado di protezione immunitaria, che renderà il passaggio quasi, o del tutto, innocuo. È la protezione che ci conferisce il vaccino, o – per l’appunto – il periodico contatto con l’antigene virale.

Ora, siamo arrivati alla più ampia copertura vaccinale che si possa sperare di ottenere nella popolazione, e ad essa si deve, soprattutto, la riduzione di impatto sanitario e di letalità. Mantenere elevata la nostra immunità resterà imperativo, specialmente in vista del prossimo inverno, e dei successivi. I soggetti fragili, anziani, e immunodepressi, si dovranno vaccinare periodicamente – come per l’influenza – ma tutti gli altri? Ammesso di poter vaccinare ciclicamente tutta la popolazione, non potremo certamente ottenere la stessa adesione. D’altronde, è probabile che la protezione offerta dal primo ciclo vaccinale tenda a calare nel tempo, se non “richiamata”. È saggio cercare di ostacolare con mascherine e distanziamento – del resto, con scarsi risultati – il periodico richiamo esercitato dall’esposizione al virus? Viviamo da sempre circondati da virus, con cui conviviamo proprio per il booster naturale che essi inducono nel nostro sistema immunitario. Siamo certi che per Covid, superata la prima traumatica fase di “conoscenza” reciproca, valga la pena fare diversamente? O non dovremmo forse sfruttare il momento di massima copertura vaccinale per far la pace con questo virus?

Un caro saluto

Paolo Spada