Dove sta il problema

Dove sta il problema

Per fortuna c’è chi esce di casa. Per fortuna c’è chi non è più barricato nel terrore dell’epidemia. Le conseguenze di questi mesi sono destinate a creare la più grande crisi economica del nostro malandato paese. Vogliamo infliggere ulteriori ferite o vogliamo provare a uscirne?

Vorrei, ad esempio, che mi si spiegasse qual è il problema della cosiddetta movida, espressione che compare su tutti i giornali come fosse il pericolo numero uno di questi giorni. Si parla solo di loro, dei ragazzi che finalmente, dopo aver rispettato – con lodevole disciplina – tre mesi di clausura, ora tornano ad animare le strade. La mia domanda è: ci sono stati casi di contagio tra questi ragazzi, in questi giorni, sì o no? Perché a noi non risulta.

I giochi dei bambini nei parchi sono ancora vietati. Ho visto un campo estivo – mostrato in TV come esempio virtuoso – che si è attrezzato per far giocare i bimbi in piazzole recintate, mantenendoli ben separati l’uno dall’altro. Credetemi: una follia, una triste follia. Ma ci sono stati casi di contagio all’aperto? A noi non risulta.

Si pubblicano foto dei bagnanti di Mondello coi piedi in acqua, senza mascherina: scandalo. Risulta che qualcuno abbia contratto il virus in condizioni simili? Sappiamo che all’aperto il rischio di contagio è 20 volte inferiore rispetto ai locali chiusi. Non vogliamo prendere coraggio e cominciare da lì?

Dotiamoci di un sistema che scatti tempestivamente al primo segnale di infezione, e proviamo a lasciare in pace le persone. Forse siamo ancora in tempo per limitare i danni.

Le mie domande sui contagi non sono retoriche. Vorremmo avere le risposte, ma questi dati non ci arrivano. Nonostante il decreto del 26 aprile fissasse alcuni criteri di monitoraggio epidemiologico, alzando l’asticella rispetto alla fase 1, con indicatori “di flusso” (quanti sono gli accessi in PS, quanti i ricoveri in TI e reparti, da dove vengono i nuovi infetti, quando si sono ammalati ecc.), si è deciso che questi numeri non siano inclusi nei dati che ogni sera arrivano dalla Protezione Civile, rimasti gli stessi da inizio epidemia. I dati ci sono, ma si preferisce non divulgare. È un grave errore, oltre che una fastidiosa mancanza di rispetto.

Il principio è sempre lo stesso: al cittadino si danno infinite regole di comportamento, e altrettante sanzioni in caso di violazione, ma non si delega nulla al suo senso civico e alla sua ragionevolezza. Si stabiliscono con il centimetro le distanze da rispettare, nei locali, nei parchi, sulle spiagge, quanto stretti debbano essere i rapporti tra le persone perché siedano insieme a tavola. Nulla è affidato davvero alle persone: ogni libertà, e ogni vincolo, sono previsti per legge.

Ma solo in teoria. Perché la gente per un po’ si adegua, poi se ne infischia. Tanto lo fanno tutti, tanto non serve a niente, tanto non mi beccano. Risultato è che i divieti soffocano i pochi che li rispettano, e non producono veri effetti utili e misurabili. Alla fine, sono sempre le persone che decidono. Non sarebbe più efficace, e giusto, che lo facessero sulla base di informazioni chiare e comprensibili, anziché sotto finta minaccia?

Quel che non si riesce davvero a capire è che tutto ciò che non serve, in questo momento, fa danno. Il principio di massima precauzione non può più essere l’unico faro, va contemperato ad altre esigenze, altrettanto stringenti. Abbiamo bisogno di tornare prima possibile alla vita che avevamo.

La verità è che gli ospedali da settimane non vedono più nuovi pazienti (lo sappiamo per vie traverse, ovviamente). I casi di infezione sono pochi ovunque, per lo più limitati a cluster specifici, e sempre a bassa intensità. Le nostre stesse curve e grafici ci dicono che rispetto all’andamento previsto in lockdown, non si sono viste variazioni significative, da quando il lockdown non c’è più.

Insomma, il distanziamento di questi mesi ha ottenuto l’effetto voluto: l’epidemia è tornata ad essere una situazione gestibile, può essere monitorata e controllata, mentre la vita riprende. A una condizione però, che ripetiamo da sempre: che ci sia tracciamento attivo e tempestivo dei casi. Questa è l’unica cosa che fa la differenza.

Notizia di oggi è che la prossima settimana sarà pubblicato un bando per 60.000 “assistenti civici”, volontari non pagati che dovranno “collaborare al rispetto del distanziamento sociale e per dare un sostegno alla parte più debole della popolazione”. Insomma, dei sentinelli dotati di pettorina che, senza potere sanzionatorio, andranno in giro per i nostri comuni a segnalare comportamenti scorretti. Immagino che li recluteranno tra quelli che stanno ancora affacciati dai balconi con i binocoli. Mi chiedo perché non si sia formato piuttosto un esercito di volontari per aiutare le ATS/ASL a fare tracciamento, telefonate ai parenti, contatti, amici e colleghi di ogni nuovo infetto. Basta seguire l’esempio della Germania (leggete qui come hanno fatto a limitare l’epidemia: perché non imparare, per una volta, invece di inventare sempre?). Se in Veneto le cose sono andate bene, si deve soprattutto alla rete di monitoraggio sul territorio, quella che manca in Lombardia, tanto per dire.

Ieri sono stati accolti 73 medici da tutta Italia per dare aiuto agli ospedali del Nord. Mi domando se la richiesta sia attuale, visto il livello di scarico degli ospedali in queste settimane. Quel che manca certamente sono medici e operatori sul territorio, le USCA, Unità Speciali di Continuità Assistenziale, per andare a visitare e fare i tamponi ai nuovi casi segnalati alle ATS, che tuttora non sempre ottengono diagnosi tempestiva.

Si ha sempre la sensazione di un sistema che arriva dopo, quando il problema è già altrove. Si mettono a fuoco le criticità e si dispongono le soluzioni quando ormai gli scenari sono cambiati.

Come detto più volte in questi giorni, è possibile, anzi è verosimile, che qualche effetto di ripresa della circolazione del virus si possa notare, anche nei prossimi mesi, ma non ci sono motivi per temere che si ripetano episodi simili a quelli visti tra febbraio e marzo. Al momento, nella gran parte del Paese, il contagio è in via di risoluzione, mentre permane un’area più attiva tra Lombardia, Piemonte e Liguria, che richiede certamente ancora stretto monitoraggio e attenzione, anche da parte nostra.

Il fenomeno però deve rientrare nell’ambito della sorveglianza sanitaria, e smettere di prevalere nelle nostre vite.

Dott. Paolo Spada
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