Aggiornamento del 6 gennaio 2022

Aggiornamento del 6 gennaio 2022

Parto dal fondo, almeno nel senso delle slide, in particolare dal grafico dello stato clinico, che dà conto della gravità della malattia di chi è attualmente positivo (slide 52). Qui stiamo registrando un progressivo miglioramento, che ha portato la somma di chi è del tutto, o quasi del tutto, asintomatico (includiamo i cosiddetti paucisintomatici, che al più avvertono i sintomi di un raffreddore) a superare l’80% del totale dei casi registrati (il totale reale è molto maggiore, naturalmente). I casi lievi, ossia quelli febbrili o simil-influenzali, sono al momento il 18.7%, mentre i casi severi (da ricovero) sono scesi all’1.09% (erano mediamente tra il 3 e il 5% fino alla scorsa primavera, e intorno al 2-2.5% in autunno). I casi critici, quelli da TI, sono ora solo lo 0.2% del totale (erano sempre stati intorno allo 0.5%).

In parte questo miglioramento è solo apparente, perché il numero maggiore di test intercetta una più ampia porzione di soggetti con pochi sintomi, sul totale dei tamponi. Ma è sempre vero che il numero dei test aumenta anche per via dell’aumento delle richieste, che ora sono spinte non solo dal Green Pass, ma da un effettivo incremento del contagio, del quale registriamo una parte, probabilmente perfino più piccola di prima, proporzionalmente.

Insomma, che la malattia sia meno impattante è piuttosto evidente, e sono parecchi i dati “sul campo” che confermano i primi studi di cui abbiamo letto nelle scorse settimane. Quello più chiaro è naturalmente l’aumento relativamente lento delle ospedalizzazioni a fronte della crescita verticale dei contagi (slide 7-8). È comunque ancora arduo prevedere il picco (superare il punto di flesso avendo ancora un tempo di raddoppio dei casi di meno di una settimana, la dice lunga), e come già detto, ha probabilmente sempre meno senso cercare di farlo.

Resta anche difficile capire quanto l’addolcimento sia caratteristica intrinseca della nuova variante, e quanto dipenda dalla protezione vaccinale. Sarebbe abbastanza semplice da intuire se avessimo a che fare con un solo virus, ma è del tutto evidente che sia i dati dello stato clinico, sia quelli dell’efficacia vaccinale (slide 23), sia i numeri degli ospedali, risentono al momento di un imprecisabile e mutevole mix tra variante Delta e variante Omicron, e che pesare l’una e l’altra – in assenza di esteso sequenziamento – è pressoché impossibile. Nel conto degli attualmente positivi entrano infatti soggetti infettati diverse settimane fa (su questo argomento tornerò più avanti), ed è ben noto che le curve di ospedalizzazioni e decessi seguono con un ritardo di alcune settimane quella del contagio.

Abbiamo dunque ben poco da dire di certo su Omicron, al momento, mentre ci pare che in buona parte il numero dei ricoveri risenta ancora della coda di Delta. Nei reparti convivono infatti casi di polmonite “classica” Covid, con sempre più numerose positività di riscontro occasionale in altra patologia. Come già detto la scorsa settimana, quest’ultima categoria di ricoveri – forse più “ordinaria” di quel che dicono i crescenti numeri Covid, sebbene ancora molto onerosa dal punto di vista organizzativo – non potrà che aumentare, con l’ondata Omicron, mentre aspettiamo con impazienza di vedere una riduzione dei casi polmonari, tuttora legati soprattutto alla relativa suscettibilità di chi non si è mai vaccinato, o di chi lo ha fatto da alcuni mesi e non ha un richiamo recente. Queste due sono principalmente le categorie di pazienti presenti in ospedale (slide 22), e sempre comunque prevalgono le fasce di età avanzata (slide 25-29-30). Da tempo mostriamo che il calo di protezione è stato compensato con un certo ritardo dalle dosi di richiamo (slide 21), e i dati attuali confermano che se la terza dose fosse stata anticipata, oggi i numeri degli ospedali sarebbero decisamente migliori.

Altrettanto si potrebbe dire a proposito degli over-50 non vaccinati, che da soli – meno di 2 milioni, il 3% della popolazione – occupano metà dei letti Covid (quasi 2 su 3 in Terapia Intensiva). Ho tanto rispetto per le scelte altrui, incluse quelle autolesioniste, ma qui si tratta di posti letto sottratti ad altre persone ammalate, che non troveranno posto e cura. Ancora c’è chi non vede sufficienti ragioni “scientifiche” nell’obbligo vaccinale: a me pare che questi dati – da molti mesi ormai – siano perfino sovrabbondanti.

Ricordo che nei momenti di escalation di contagio come quello attuale, la ripercussione sulle attività degli ospedali è incomparabilmente superiore a ciò che le percentuali di occupazione Covid mostrano ogni giorno, perché necessariamente gli scenari devono essere in qualche modo anticipati, i reparti convertiti, il personale spostato. Chi lavora fuori da un ospedale non capirà mai abbastanza l’impatto che tutto questo genera. A meno che non sia egli stesso un paziente, in attesa di altre cure.

Poi, paradossalmente, la variante Omicron potrebbe rendere tutto questo un lontano ricordo, e ogni misura obsoleta o fuori luogo, ma è ancora presto per dirlo. Personalmente però, trovo già ora eccessivo pretendere il Green Pass dai lavoratori più giovani: lo scudo vaccinale è modesto verso il contagio, e benché il vaccino resti assolutamente raccomandabile per tutte le età, rivedrei al ribasso – di fronte al dilagare di Omicron – le restrizioni di diritti fondamentali quando non proporzionalmente supportate da stringenti necessità collettive: quel che vale per gli anziani, non vale per i giovani, lo sappiamo da due anni e non è mai stato tanto vero quanto in questi giorni, in cui il virus circola a velocità impressionanti e a dispetto di tutto, ma con conseguenze modeste, salvo appunto per alcuni, che quasi sempre appartengono alla metà più anziana della popolazione.

L’impatto di questa pandemia – anche questo sommessamente lo diciamo da due anni – non si limita agli ospedali, ma ha conseguenze sul lavoro e sulla vita delle persone e delle famiglie, cui si è ora cercato lodevolmente di porre un freno, prima che risultassero soverchianti, a forza di quarantene e isolamenti. Ancora non abbastanza, temo, stando ai racconti di chi cerca di districarsi nel ginepraio dei tamponi di diagnosi e di controllo. Nella situazione attuale, in cui si riduce la severità della malattia ma aumenta la diffusione, varrebbe la pena riconsiderare una nostra vecchia proposta, a suo tempo accolta solo a metà, riguardante l’abolizione del tampone in uscita dalla malattia, nei casi non ospedalizzati. Sono sempre maggiori le difficoltà nel programmare il test nella data giusta, e il vantaggio nel contenimento dell’epidemia mi pare poco significativo, dal momento che la contagiosità resta limitata ai primissimi giorni di malattia: per la gran parte dei Paesi è più che sufficiente il criterio clinico, e il conto dei giorni, per il rilascio dell’isolamento.

Lasciamo i tamponi per fare diagnosi in caso di sintomi, e togliamo vincoli inutili: si limitano assai di più il contagio e le sue conseguenze se le persone sono in grado di accertare immediatamente il sospetto, e di isolarsi senza temere di rimanere segregati per settimane, magari riuscendo perfino a interagire con il proprio medico, ed eventualmente a farsi prescrivere gli antivirali, in caso di fragilità. Serve snellezza e meno burocrazia, per non bloccare di nuovo il paese, dopo aver fatto – giustamente – grandi sforzi per vaccinare e proteggere i cittadini evitando i lockdown.

Un caro saluto

Paolo Spada