Aggiornamento del 31 luglio 2021

Aggiornamento del 31 luglio 2021

Questa settimana chiude anche il mese, e viene naturale fare il punto un po’ più nel dettaglio rispetto al solito sui numeri a nostra disposizione, tra i quali – diciamolo ancora una volta – non sono inclusi i dati scorporati tra vaccinati e non vaccinati: quelli vengono aggiornati settimanalmente nel report dell’Istituto Superiore di Sanità, sono oggetto di ampia comunicazione e commento su questa pagina, e non riservano peraltro grandi sorprese. Intendo cioè che le percentuali di copertura del vaccino dai rischi di infezione, di ricovero ospedaliero, terapia intensiva e decesso, sono ormai piuttosto consolidate, la variante Delta ha pressoché completato la sua conquista del suolo nazionale (è ormai presente nel 95% dei casi sequenziati), e non ci aspettiamo dunque novità di rilievo su quel fronte. Piacerebbe averli comunque, i dati grezzi di ISS, ma è una vecchia storia ormai, e ci siamo rassegnati. In questo caso, il dato aggregato presente nel report settimanale ci pare più che sufficiente, oltre che molto incoraggiante (specie nel senso di incoraggiare al vaccino, direi).

I numeri sui quali ci confrontiamo ogni giorno, viceversa, oscillano come ben noto sia per le fluttuazioni settimanali (che ahimè raramente vengono considerate nella comunicazione mainstream, a partire dal solito tasso di positività, con il quale si prendono su e giù per il naso milioni di telespettatori ogni sera), ma anche per fenomeni reali di aumento e diminuzione dei casi e della velocità del contagio, e delle sue conseguenze, che qui cerchiamo da sempre di isolare e rendere più chiari possibili, nella confusione mediatica. L’affezione dei lettori di questa pagina ci conforta sulla bontà di questo lavoro, che tuttavia – non dimentichiamolo – dovrebbe essere svolto da altri. L’evidenza che, nonostante passino i mesi, il nostro umile contributo appaia tanto indispensabile è di per sé motivo di mia personale amarezza, e segno persistente di un problema di fondo dell’informazione ai nostri tempi, sul quale dovremmo tutti ragionare, perché non si risolverà finito il Covid.

Nel merito, abbiamo già avuto modo di commentare in questi giorni l’asincronia tra l’aumento di contagio – che è stato repentino, da fine giugno sino al 20-22 luglio, per poi flettere rapidamente – e la ritardata presa di consapevolezza da parte dei media, di molti osservatori, e logicamente del pubblico, per cui si innescano fenomeni sui quali verrebbe quasi da sorridere, e si ascoltano dichiarazioni che vanno nel senso opposto alle novità che i numeri del giorno mostrano – a saperli leggere – in modo inequivocabile. La curva dell’Rt che sale verticalmente seguendo millimetricamente l’andamento delle variazioni percentuali di 12 giorni fa, mentre altrettanto rapidamente quelle stanno ora scendendo, è la plastica dimostrazione di questa asincronia, che ci portiamo dietro dallo scorso inverno, senza accenno di miglioramento.

Risultato è che Regioni come il Lazio, che già hanno superato il picco di incidenza, vengano annoverate tra quelle a maggior rischio (di che poi? di diventare “gialle”: si noti che, in assenza di altro, lo spauracchio è la misura restrittiva, non l’effetto del virus), e che i livelli relativamente più elevati di contagio in alcune zone, tolto il riferimento alla fase di frenata in cui si verificano, sono percepiti come l’ineluttabile inizio di una devastante quarta ondata. Non so dire esattamente quali conseguenze questa percezione possa portare, ma mi pare che – come già molte volte in passato – l’eventuale effetto benefico sul senso di responsabilità delle persone sia minimo, mentre le ricadute su tutte le attività che hanno necessità di programmazione per le settimane e i mesi successivi non siano affatto trascurabili.

A fronte di ciò si registrano, come ampiamente preventivato, casi di ricovero e qualche decesso, ma in misura decisamente inferiore al passato, a parità di contagio. Più della metà dei nuovi positivi in questi giorni ha meno di 30 anni, e si sa che in queste fasce di età il virus provoca raramente problemi seri (attenzione però a considerarli nulli: impattano poco o quasi niente sugli ospedali, ma abbastanza da preferire il vaccino, anche per i ragazzi). Va notato che comunque i decessi, e in larga parte i ricoveri, restano saldamente questione delle fasce più mature. Le parti azzurre del grafico alla slide 15 rimangono il problema più importante da risolvere: abbiamo ancora più di 200mila ultraottantenni non vaccinati, 620mila settantenni, più di un milione di sessantenni e più di due milioni di cinquantenni. Sono soprattutto questi che graveranno sugli ospedali nei prossimi mesi, e possiamo fare ancora uno sforzo per evitare che ciò accada.

Siamo però in una condizione oggettivamente favorevole, rispetto a qualsiasi confronto con il passato. Su 100 persone che morivano di Covid negli scorsi mesi, 88 sono oggi vaccinati a ciclo completo, e solo 8 sono del tutto sprovvisti di copertura (slide 17). Queste cifre condizionano ovviamente anche i ricoveri in reparto e in terapia intensiva, e non c’è modo che si ripetano i fenomeni visti fino a qualche mese fa, pur considerata la non completa efficacia del vaccino. L’ottimismo, insomma, non deve essere uno sforzo intellettuale, ma la ragionevole postura di chi guarda questi numeri con obiettività.

Le percentuali di occupazione dei letti nelle nostre Regioni, ancora molto basse, non sono dunque destinate ad aumentare in modo importante: le curve dei ricoveri e delle TI seguono sempre, invariabilmente, l’andamento del contagio, con un picco che segue solo di qualche giorno quello dell’incidenza, oltretutto in questo caso molto, molto ridotto in ampiezza.

Naturalmente non ci aspettiamo che questa piccola onda estiva si estingua senza intersecarsi con qualche altro fenomeno successivo, del tutto prevedibile, specie a partire dalle ultime settimane dell’estate, e con la ripartenza di settembre-ottobre. Di nuovo, però, non vediamo come la protezione vaccinale, che aumenta ancora ogni giorno, possa tradirci nella sostanza di queste considerazioni: ci avviamo – e abbiamo cominciato a farlo con la lunga svolta di primavera – verso la naturale conclusione, o se vogliamo evoluzione, della vicenda: la convivenza con una malattia domata dalla vaccinazione di massa, depotenziata nei suoi effetti e sempre meno pericolosa.

Sono convinto che arriveremo gradualmente (ma l’asincronia qui darà il meglio di sé) a smettere di fare tracciamenti, isolamenti e tamponi a tappeto (comincerei dalle scuole, ad esempio), lasciando che anche questa infezione torni ad essere solo un problema sanitario, e non sociale. Purché sia chiaro che la vaccinazione, almeno per le persone adulte, è un dovere civico, che dovremo probabilmente ripeterla, e che le conquiste di libertà non sono solo un fatto individuale, ma primariamente collettivo.

Un caro saluto

Paolo Spada