Aggiornamento del 30 maggio 2021

Aggiornamento del 30 maggio 2021

🔵   Eccoci dunque al commento settimanale sulla situazione epidemica. Mi conforta che i lettori abbiano sviluppato in realtà completa autonomia di interpretazione dei dati contenuti nei grafici, e davvero si tratta di numeri che “parlano da soli”. La circolazione virale si sta riducendo progressivamente, con una discesa tanto rapida e stabile, ormai da settimane, che è facile prevedere di concludere questa “svolta di primavera” nel modo più ottimistico in cui l’avevamo prefigurata mesi fa, ossia di arrivare in estate a una sostanziale scomparsa del fenomeno – almeno in termini di impatto sanitario – confinato in sporadici focolai con scarse possibilità di propagazione, o comunque ben controllabili dal tracciamento (senza cioè ulteriori restrizioni generalizzate).

Seguiremo naturalmente i passi formali che con la solita cautela (o lentezza, a seconda dei punti di vista) tradurranno questa evidenza in revoche dei divieti e sbiancamento delle regioni, ma confesso che il tema non mi appassiona granché, e mi interessa molto di più il panorama all’orizzonte, ora che la presa di coscienza della situazione è generale (perfino sulla stagionalità, finalmente).

Naturalmente abbiamo già avvertito, e ribadisco oggi, che la velocità di questa discesa non potrà rimanere sempre la stessa, né ci possiamo attendere di arrivare numericamente a zero. Quel che ci importa è constatare con intima soddisfazione di non aver mal riposto la nostra fiducia, di aver fatto bene ad incoraggiare sempre i lettori, e di vedere finalmente la fine di questa lunga fase, avendo a disposizione le armi per uscirne stabilmente.

Certo, c’è ancora chi arriva perfino a rilasciare dichiarazioni in cui si esprimono dubbi sulle cifre ufficiali, avanzando il sospetto che le Regioni trucchino i dati per anticipare le riaperture. Per come l’abbiamo conosciuto in questi mesi, il sistema di raccolta dei dati è ancora troppo grossolano per prestarsi a una strategia tanto raffinata (che oltretutto sarebbe la prima azione svolta dalle Regioni in modo corale e uniforme!). Davvero penso che nessuno ormai prenda sul serio questo genere di complottismo, che sarebbe di per sé ridicolo, se non venisse da persona della quale preferiremmo serbare miglior ricordo per il serio e prezioso contributo offerto nelle prime fasi dell’epidemia. Se ci resta qualche capacità di interpretazione di questa epidemia, di tutto possiamo dubitare, tranne della consistenza dei dati che provengono, coerenti e univoci, da ogni tipo di fonte, inclusi ovviamente gli ospedali, il territorio, e, aggiungiamo, anche i dati oltre confine. (Insisto poi ancora nel far notare che il numero di tamponi segue le richieste, e che quindi non sono pochi i casi perché sono pochi i tamponi, ma viceversa).

Più meritevole appare un altro motivo di ansia ricorrente, quello relativo alle varianti, del quale ripetutamente in questa pagina ci siamo occupati, cercando di tranquillizzare il lettore. Non torno nel dettaglio, che virologi e biologi affrontano qui meglio e più autorevolmente di me. Mi limito a riassumere alcuni punti, per ampliare un po’ il discorso:

  1. Ad oggi nessuna variante – delle numerose che sono emerse – risulta insensibile all’azione dei vaccini, ed è assai improbabile, per ragioni strettamente biologiche, che questo succeda in futuro.
  2. Esistono sì differenze nel grado di protezione, da cui si trae un messaggio unico e universalmente condiviso: dobbiamo vaccinare la maggior parte possibile della popolazione, e farlo in modo completo. 3. Il serbatoio naturale di questo virus è ampio e l’eradicazione molto improbabile: dovremo quindi nel tempo mantenere elevata la quota di immunizzazione della popolazione, per evitare di assaggiare nuovamente le conseguenze della riaccensione epidemica, tipica dei periodi autunno-invernali.
  3. Vaccinare estesamente la popolazione consente di limitare non solo gli effetti diretti della malattia, pericolosi anche nei giovani, ma la circolazione stessa del virus nell’uomo, banco di prova dove si sperimentano le mutazioni e si selezionano le varianti più resistenti e più trasmissive.
  4. La notevole contagiosità, in particolare in assenza di (o, più spesso, prima della) sintomatologia, rende questo virus molto adatto a diffondersi, indipendentemente dalla severità della malattia, e delle complicazioni, che poi sviluppa nel soggetto infettato. La probabilità che nel tempo le manifestazioni polmonari e sistemiche scompaiano a favore di un più comune raffreddore esistono, ma sono quindi tutto sommato modeste, e perfino la possibilità di una mutazione più aggressiva avrebbe biologicamente le stesse opportunità di prevalere. L’unica interferenza “a monte” che possiamo esercitare – e dobbiamo esercitare, fintanto che non si tratta appunto di un raffreddore, ma della malattia che conosciamo – è di abbatterne la trasmissione, aumentando il numero di vaccinati.

Quelli di voi, e sono comprensibilmente ancora tanti, che temono dunque di tornare a ottobre alle chiusure e alle quarantene, sappiano che c’è un unico modo per evitarlo: vaccinare sé stessi e portare il maggior numero possibile di persone al vaccino, nel più breve tempo possibile (faccio notare che, come qui diciamo da mesi, e come ben sperimentato in UK, la latenza tra vaccinazione e protezione è lunga, sui grandi numeri. La differenza si fa adesso, quindi, come mi pare abbia ben compreso chi sta organizzando la campagna).

Non solo: il tempo non è più dalla nostra parte, su questo fronte. Lo era, ricordate, quando si trattava di metterci al riparo da una possibile quarta ondata, e ogni giorno in più verso la stagione favorevole era guadagnato. Ora il problema all’orizzonte è la scarsa adesione alla vaccinazione, e allontanarci dalla malattia, nel ricordo e nel rischio effettivo, giocherà contro, ogni giorno di più.

Non sto parlando solo delle prossime settimane, o dei prossimi mesi. Penso alle prossime stagioni, e alla diffusa propensione delle persone a farsi i fatti propri, a dispetto delle esigenze collettive. Se già ora, che ancora contiamo i morti delle settimane precedenti, dobbiamo misurarci con una quota – che non so ancora stimare, ma mi pare consistente – di persone riluttanti al vaccino, mi immagino che la situazione non migliorerà andando avanti. Questo virus aspetterà pazientemente, e riprenderà a passare tra le persone non appena troverà abbastanza soggetti suscettibili per farlo, inclusi tutti quelli che, anche senza saperlo, anche se vaccinati, hanno nella protezione di comunità l’unica possibile protezione personale. Piccolo problema, certo, in termini numerici, rispetto a quanto visto in passato, ma sarà abbastanza piccolo per conviverci senza cadere nella tentazione di barricare nuovamente le nostre vite? Questo è il problema: quanto è diventato automatico il ricorso alle restrizioni, quanto ci siamo abituati, o rassegnati, all’emergenza? Avremo per Covid-19 l’indulgenza che abbiamo sempre avuto per l’influenza, o ne faremo una guerra santa infinita? Le risposte stanno in gran parte nel grado di immunizzazione che otterremo, e saremo capaci di mantenere.

Per ora dovremmo quindi apprezzare ogni iniziativa che cerchi di recuperare le persone al vaccino, a partire – condivido qui fortemente l’appello della Fondazione GIMBE – dalle azioni di contatto diretto degli anziani che risultano ancora mancanti all’appello. Non sento la mobilitazione che vorrei, da parte delle istituzioni, del territorio, delle associazioni, del volontariato. I sindaci, che conoscono meglio di chiunque altro le realtà locali, dovrebbero ancora una volta essere coinvolti. Oltre 3 milioni di ultrasessantenni non risultano ancora vaccinati: quanti di questi davvero non vogliono farlo, e quanti invece non hanno modo di prenotarsi, di informarsi, di muoversi? Quanti si potrebbero convincere facilmente, con un piccolo sforzo?

Ma aggiungo – e qui parlo a stretto titolo personale – che sono pure del tutto favorevole alla introduzione di concreti incentivi alla vaccinazione, ora che la disponibilità è ampia e si può aprire l’offerta a tutte le fasce di età. Se non è sufficiente la spinta che il valore etico del vaccino dovrebbe già dare a ognuno, inclusi i giovani, per superare le paure – infondate – degli effetti collaterali, e se il miope calcolo rischio/beneficio individuale prevale sull’evidenza del vantaggio collettivo (e dunque anche individuale!), allora si baratti pure qualche libertà in cambio dell’adesione, sapendo che sono semi che frutteranno cento volte.

Si superino le iper-cautele (sul rischio di trasmissione dei vaccinati, ad esempio!) e si guardi più avanti. Invece di inasprire controlli e tamponi (che hanno comunque efficacia modesta, salvo che modesta non sia già di per sé la circolazione virale), si lasci qualche diritto in più a chi si prende in carico la propria parte di responsabilità, vaccinandosi. Potrà risultare contro-intuitivo, ma è del tutto probabile che agevolare la vita ai vaccinati sia la più efficace forma di prudenza e di cautela, verso tutti.

Se poi questo vi pare – non senza qualche ragione – un sopruso, un ricatto, oltre che una imperdonabile diseguaglianza di trattamento tra chi sceglie il vaccino e chi lo rifiuta, ho già scritto a suo tempo quale sia il mio pensiero al riguardo, e non ho cambiato parere: qual è il male minore? Di fronte alla prospettiva che la salvaguardia di questa libera scelta personale esponga la collettività a nuove penose conseguenze sanitarie ed economiche, a nuove restrizioni, a una vita di distanziamento, contingentamenti, quarantene e mascherine, penso che seriamente ci si debba chiedere se alcuni obblighi non siano più vessanti e velenosi di un vaccino, in quale direzione sia preferibile orientare divieti e doveri dei cittadini, per quali soluzioni sussistano davvero gli elementi di necessità e di proporzionalità che prescrivono le carte costituzionali.

Ma è ancora presto, abbiamo tempo, abbiamo ancora un po’ di sale in zucca, e fresco il ricordo del periodo appena passato. Vediamo di che pasta siamo fatti.

Un caro saluto

Paolo Spada