Aggiornamento del 30 gennaio 2022

Aggiornamento del 30 gennaio 2022

Gentili lettrici e lettori,

con i Numeri in Pillole di oggi, a due anni esatti dal primo caso di Covid-19 registrato in Italia, concludo la lunga serie di post da me pubblicati ogni giorno in questa rubrica.

Continuerò a seguire la pagina, alla quale resto legato, per la stima e l’amicizia con il suo fondatore e con i membri della redazione. È stata per me un’esperienza importante e intensa, fatta di scienza, passione e fratellanza, che non dimenticherò, e che certamente non si esaurisce stasera.

Continuerò a seguire anche, per mio stesso interesse scientifico, l’andamento dei numeri Covid, ad aggiornare i grafici – che troverete ancora allo stesso link – ed eventualmente a commentarli, qui o sul mio profilo.

Da domani però non troverete più il mio post su PDO come “notizia” serale: è anche questo un passo necessario – credo sarete d’accordo – e ormai maturo con i tempi. Dobbiamo entrare in una fase nuova, e intendo dare buon esempio, per quel niente che vale.

La situazione epidemica in Italia conferma la direzione descritta nelle scorse settimane: superato il picco della quarta ondata a metà mese, la curva di incidenza (slide 4) è ora più chiaramente in fase calante, comincia ad essere seguita – con il solito, previsto ritardo – dalle curve dei carichi sanitari (slide 5), e presto lo sarà anche da quella dei decessi (slide 6). La prevalenza relativa della variante omicron, al momento quasi totale nelle nuove diagnosi, si avverte ora anche nei numeri degli ospedali, con un effetto di riduzione più rapida degli ingressi in Terapia Intensiva, rispetto al numero complessivo dei ricoveri e dei decessi (slide 7), che risentono ancora sensibilmente delle conseguenze di delta.

Insieme vi è però, come ricordato nelle scorse settimane, un effetto di sovrastima di entrambi, poiché molti soggetti ricoverati per altra patologia, e risultati occasionalmente positivi al tampone, finiscono nel conteggio (e non potrebbe essere altrimenti). Anche in precedenza si verificava tale evenienza, in misura marginale, mentre il fenomeno appare molto consistente in queste settimane, dopo la larga e improvvisa diffusione del virus, associata ad elevatissime percentuali di soggetti asintomatici (slide 40-41).

[Qualche giorno fa, un approfondimento apparso sul Corriere ha voluto escludere che il numero dei decessi sia “gonfiato”, portando a supporto l’eccesso di mortalità registrato negli scorsi mesi. Condividiamo l’intento, ma quel che sfugge è appunto il cambio rapido e significativo che omicron ha portato nelle ultime settimane. Non intendiamo certo dire (almeno, non noi) che il numero dei decessi sia artificiosamente gonfiato, ma che l’impatto diretto dell’epidemia sia al momento minore di quel che si registra, e che il decorso clinico dei pazienti etichettati come Covid sia ora meno frequentemente influenzato dall’infezione. Ci auguriamo di poterlo apprezzare nei prossimi mesi, proprio nelle curve di eccesso di mortalità (slide 10-11), sempre che non si debbano cominciare a notare (peggio: a confondersi) i segni nefasti del ritardo di diagnosi e cura delle altre malattie, dovuto al prolungato impegno ospedaliero. Si tratta comunque di analisi che richiedono tempo: la realtà è più veloce].

Covid resta una malattia seria, ancora capace di generare manifestazioni polmonari severe, quadri clinici gravi, e decessi. Lo dimostrano i numeri dei non-vaccinati, che continuano a occupare la gran parte delle Terapie Intensive Covid, nonostante essi siano una piccola minoranza nella popolazione (slide 22-23). La vaccinazione protegge però ancora molto bene dai rischi peggiori, e ha portato il tasso di letalità a livelli molto bassi (slide 25 e 33), che si ridurranno ulteriormente quando la separazione nei numeri tra fase delta e fase omicron sarà definitiva.

Paradossalmente, dobbiamo ammettere che, proprio nel momento in cui, pur vaccinati, siamo stati maggiormente esposti al contagio, grazie ai vaccini abbiamo compiuto con omicron il più decisivo passo verso l’uscita dall’emergenza. Non trascuriamo anche di notare che il rallentamento e poi la discesa attuali coincidono con il recupero di una più estesa copertura vaccinale, che era stata in parte perduta nei mesi autunnali (slide 21).

Complessivamente, dunque, resta la raccomandazione alla piena vaccinazione per tutta la popolazione, in particolare (a mio avviso, obbligatoriamente) per le decadi più mature, a protezione delle persone stesse, e della collettività. Tutte le altre misure e restrizioni sono destinate a scomparire, perché inefficaci o sproporzionate, o un mix di entrambe. Sono personalmente convinto che presto si dovrà fare a meno anche delle mascherine, il più possibile (ad esempio, nelle scuole), e che il ritorno alla normalità – non a una “nuova” normalità surrogata, ma a condizioni di vita molto simili alle precedenti – non sia lontano. Già ora noto con soddisfazione che molte idee che qui abbiamo a lungo sostenuto (il superamento delle zone a colori, la mitigazione delle regole scolastiche, l’eliminazione dei tamponi di uscita da quarantena e isolamenti ecc.) sono arrivate finalmente sul tavolo del decisore politico (e si noti: non perché il contagio sia ridotto, ma perché esse non sono più sostenibili, si ammette che un rischio possa divenire accettabile, e si dimostra che quello di “massima precauzione” non sia un concetto applicabile ad una pandemia; non lo è mai stato, tanto meno lo è adesso).

Con omicron, il paradigma deve necessariamente cambiare, perché il virus circola ora a dispetto di tutto, e ognuno ne verrà in contatto, nell’80-90% dei casi in modo del tutto asintomatico. L’inevitabile, piccola quota di infezioni più gravi va contenuta con la vaccinazione – in primis di chi rischia di finire in ospedale – e non più assoggettando tutti quanti a test, tracciamenti, quarantene e limitazioni che hanno effetto ormai solo marginale sulla diffusione del virus, mentre incidono pesantemente sulla vita delle famiglie e sul lavoro. Probabilmente, mantenere un livello di circolazione, e dunque di immunità nella popolazione, oltre a quello fornito dalla vaccinazione, è anche l’unica garanzia di non incappare ogni inverno in nuove ondate paralizzanti, gestendo nel tempo i carichi sanitari – fuori dall’emergenza, una volta per tutte.

Sia chiaro: chi ha sempre sostenuto queste tesi, con sprezzo del pericolo proprio e altrui, ha sempre avuto torto. Sono acquisizioni che solo l’estensione della vaccinazione, anche obbligata dal Green Pass, e la salvifica mutazione di omicron, hanno reso realmente accessibili. Guardiamoci da chi ha sparso il seme della negazione, minimizzando il problema, quando il problema era enorme, perché sono gli stessi che non sapranno riconoscerne i segni, qualora dovessero ripresentarsi, con nuove varianti più infide, o nuove diverse minacce.

E guardiamoci pure da chi non ha saputo adattarsi, chiudendosi in ritirata dalla vita, o difendendo i propri giacigli di privilegio e potere, o facendo leva sulle paure e l’ignoranza per misero tornaconto commerciale. Guardiamoci soprattutto da chi ha creduto di avere sempre ragione, perché non l’ha avuta quasi mai. Tra le tante sventure di questa pandemia, verrà utile la più limpida consapevolezza dei limiti delle informazioni che ci giungono, dai media tradizionali e dalla rete, di come esse siano confuse, inaffidabili, soggette a ritardi, a manipolazione, a trascuratezza, e a personalismi di ogni specie. Prendiamone atto con maturità, perché anche con queste conviviamo da tempo, e anche da queste possiamo difenderci.

Si comincia finalmente a parlare degli effetti più nascosti che questa pandemia ha generato, quelli sulla psiche dei nostri concittadini (giovani e non), e presto dovremo fare i conti anche con le più profonde ricadute economiche e sociali, al momento oscurate da una temporanea, e pur comprensibile, bolla di ottimismo finanziario. Restiamo un Paese anziano, logoro e pigro, appesantito dalla burocrazia e incredibilmente lento, in troppi ambiti, oltre che diviso, individualista e polemico, e ancora profondamente iniquo nei diritti e nelle opportunità. C’è ancora molto da fare, ma almeno il peggio di questa storia, pur considerata l’attitudine del virus a mutare, ce l’abbiamo alle spalle.

È tempo di riappacificazione, di riconoscere le debolezze e le miserie, e di non infierire. È stato un periodo duro per tutti, la guerra è finita, deponiamo le armi. Dobbiamo avere compassione, non acrimonia, e smetterla di cercare nemici. Siamo tutti qui per così poco tempo: cerchiamo di starci serenamente, lasciamo un buon segno di noi, e diamoci una mano l’un l’altro. (A proposito, bisogna tornare a farlo davvero: non rinunciamo per sempre alla stretta di mano, e all’abbraccio. Per cosa viviamo, se non per i gesti di amore, di vicinanza, di calore? Al diavolo il virus, l’essere umano è migliore).

Dunque, vi abbraccio tutti con affetto. La luce è diversa da qualche giorno – l’avete notato? – l’inverno comincia a ritirarsi, e i buoni mesi arriveranno presto. Sono sinceramente contento di aver fatto questo lungo tratto di strada con tutti voi che avete incrociato queste righe, e sarò lieto di tornare a trovarvi qui in futuro, confidando che sia davvero più sereno per tutti. Se non altro, un giorno potremo raccontarci di questi lunghi mesi bui, di come eravamo tutti quanti, di cosa abbiamo passato, e delle sere quando uscivano i numeri.

Un caro saluto

Paolo Spada