Aggiornamento del 28 agosto 2021

Aggiornamento del 28 agosto 2021

Della attuale situazione si può dire che sta avvenendo ciò che tutti qui ci aspettavamo. Non era atteso il rialzo dei casi a luglio, ma questa ripresa sì, abbondantemente. Per cui, raggiunto il picco di quella che abbiamo chiamato quarta ondata, non s’è fatto tempo ad assaporare la discesa, che già si era pronti per l’intersezione di un’altra spinta, concomitante con i rientri dalle ferie, che presumibilmente ci accompagnerà nelle prossime settimane. Niente di che, per il momento, anche se nessuno può realmente prevedere l’intensità del fenomeno per settembre e l’autunno. Si potrebbero fare ipotesi e buttare là delle cifre, ma le variabili sono molte, e molte le differenze con le situazioni precedenti, per cui ogni analogia può risultare inappropriata, e far sbagliare il conto anche largamente. Forse il paragone con altri paesi più “avanti” di noi può darci l’idea, ma resta un’idea piuttosto vaga.

Giova tuttavia ripetere che di questa fase stiamo apprezzando la netta differenza con le precedenti in termini di rapporto tra nuovi casi e conseguenze sanitarie, per evidente azione protettiva dei vaccini (slide 7). Non chiediamoci, a questo riguardo, quanti siano i vaccinati tra chi finisce in terapia intensiva o peggio (slide 19), perché quella percentuale non può che aumentare, aumentando il numero di vaccinati. Chiediamoci piuttosto quanti siano i ricoveri e i decessi tra chi si vaccina, rispetto a quelli che avvengono tra i non vaccinati (slide 20). È lì che si misura la reale efficacia del vaccino, e i dati sono chiari, robusti e costanti nel tempo. Per quanto intensa possa essere la recrudescenza autunnale del contagio, non vedremo più le cifre del passato, e chi si è protetto può sentirsi ragionevolmente sicuro, per sé stesso e la propria famiglia. Non è cosa da poco.

Poi naturalmente non basta, avremmo tutti bisogno di uscire davvero da questa storia, fare a meno della minaccia incombente di chiusure e restrizioni, e sapere di poter disporre di un servizio sanitario pienamente operativo, e non più ostaggio di una malattia ormai largamente prevenibile. E qui il passo è più lungo, come abbiamo detto molte volte, e ripeteremo anche stasera.

Ma permettetemi una divagazione. Perché periodicamente avverto la necessità di spiegare, a me stesso e a voi che leggete, il motivo che ancora mi spinge tutte le sere ad aggiornare questi grafici – mi costa poco tempo in realtà, quasi tutto il lavoro è automatizzato – e a commentare nel fine settimana.

Della prima attività, quella di dare un senso ai numeri, di metterli in prospettiva e rendere l’andamento dell’epidemia un po’ più chiaro, si potrebbe fare a meno da un pezzo, se questo compito fosse svolto con un po’ più di impegno dai media istituzionali. Purtroppo, ogni mattina e sera, telegiornali e radio (con pochissime, lodevoli, eccezioni) trasmettono ancora, dopo un anno e mezzo, i numeri delle 24 ore, incapaci di dare una media in 7 giorni, mostrare una curva, o paragonare correttamente tra loro le Regioni. Se i notiziari decidessero finalmente di comunicare il dato di incidenza nazionale (casi settimanali ogni 100.000 abitanti), e confrontassero le regioni sullo stesso indicatore, sentirei già gran parte del mio lavoro superfluo. Invece ancora l’incidenza è solo quella che comunica ISS il venerdì (come fosse tanto difficile da calcolare), con la ridicola concomitanza della stima Rt, puntualmente in ritardo di 12 giorni, per cui – come ieri – l’Rt scende a 1, ma l’incidenza sale. Che potrà mai capire l’ascoltatore?

 Certo, ora importano di più i numeri degli ospedali, e anche qui ci si accontenta ogni sera delle frasi “continuano a salire/non si fermano i ricoveri nei reparti e nelle Terapie Intensive”, che se non altro, trattandosi di dati complessivi, cambiano segno se la rotta si inverte (pensate: paradossalmente se avessimo tutti i dati degli ingressi, così a lungo richiesti, i TG finirebbero per darci quelli delle 24 ore, e perderemmo anche questa unica informazione di trend). Voi direte che i notiziari non vanno proprio ascoltati, ma io mi preoccupo invece per chi li segue, e trovo incredibile che a distanza di un anno e mezzo non si sia fatto mezzo passo in avanti.

Poi è vero che i grafici forniscono ben altre informazioni, e molti spunti di approfondimento, che io per primo ricerco – per curiosità scientifica, prima ancora che per interesse professionale – tanto che li terrei in vita se non altro per me stesso, e condividerli viene spontaneo, oltre che tutto sommato agevole.

Altra cosa è il commento, e su questo si devono fare alcune distinzioni. Per buona parte, mi viene richiesto a margine degli stessi grafici, che non sempre risultano accessibili a tutti: ma qui si sono fatti grandi passi avanti, a conferma che l’utente va accompagnato e in certo modo formato, dopodiché si abitua, e familiarizza con curve e colonne. Molti lettori e lettrici di questa rubrica, inizialmente allergici a qualsiasi approccio alla materia, sono ora in grado di consultare le slide con disinvoltura e soddisfazione (mia, soprattutto). Lo fanno regolarmente anche molti giornalisti, il che è buona cosa.

Ma c’è un’altra parte del commento, puntualmente sollecitata, non appena latita per qualche giorno, che va anche oltre l’interpretazione, e riguarda qualcosa di mezzo tra la previsione e la rassicurazione. Di nuovo, qui mi sentirei di aver già fatto abbastanza nei mesi passati, sia nel merito che nel metodo (la maggior parte degli utenti ha ormai strumenti sufficienti per interpretare le tendenze, farsi un’idea di quel che succederà, almeno nel breve periodo, ed evitare di farsi travolgere dall’ansia), se non fosse per la quantità di commenti che remano contro, intrecciando alle linee dei grafici una trama di catastrofismo davvero mal sopportabile, vera negazione dello spirito scientifico (che anche di fronte alle difficoltà più estreme mai perde lucidità, mai perde fiducia nelle capacità di risposta), oltretutto accompagnata spesso dal riso beffardo di chi crede di aver sempre visto meglio degli altri, e preconizza meritate sciagure – salvo non fornire mai soluzioni, tranne quelle irricevibili.

Confesso che di tutti i commenti, quelli pessimisti-irridenti mi giungono più urticanti, perché soverchiano, con la loro urgenza espressiva – che nasce essa stessa dall’ansia, evidentemente – la stragrande parte degli altri lettori di questa pagina, che, come tutte le persone ragionevoli, avvertono più spesso la necessità di rimanere in silenzio. Mi unisco a loro, e finirò, come loro, per smettere di leggere del tutto i commenti, o almeno di mischiarmici.

Non è solo questione di diverso approccio alla vita – ognuno ha il proprio, e ci mancherebbe – ma di effetto nefasto che certe immaginifiche elaborazioni generano in altri lettori, prestando oltretutto il fianco a scoramento e disillusione verso i vaccini, proprio nel momento in cui ne abbiamo massima dimostrazione di efficacia, e massima necessità di estenderne ulteriormente l’adesione. La mia amarezza tocca il fondo quando leggo di persone vaccinate che dichiarano che non faranno altre dosi, visto che il problema non è stato risolto, che la loro vita non è cambiata (poteva cambiare in peggio, garantisco), che le mascherine ci sono ancora e al concerto di tizio, o a ballare, non ci potranno andare. Mi chiedo se questi amici della libertà (propria) abbiano mai davvero capito dove sta il problema, o se l’hanno capito, sia mai loro importato più di tanto.

Dei veri No-Vax non parlo, perché con il fanatismo militante non riesco a misurarmi. La mia è una sensazione simile a quella di chi diceva, in un contesto ben più grave, “quegli altri non li capisco, mi spavento, non mi sembrano uguali”. Ma anche ora gli estremisti ideologici sono pochi, e – come è stato fatto notare anche in questi commenti – considerare No-Vax chiunque rifiuti il vaccino è un errore grossolano. Per esperienza diretta, quasi quotidiana, posso testimoniare che chi ancora non ha aderito, nonostante spesso appartenga alle fasce più a rischio, non oppone alcuna convinzione, ma soltanto paura. Paura del vaccino, instillata e alimentata in questi mesi da troppi ondeggiamenti normativi, troppe distinzioni, troppe cavillosità – anche in buona fede – sul rapporto tra rischi e benefici, autorizzazioni d’emergenza, priorità e tutele, e mille altre voci incontrollate, in un misto tra verità e fake news agglomerato e frullato, del quale viene percepita soprattutto l’incertezza. Fa paura l’ignoto, come sempre, e la paura, nel dubbio, ci blocca.

Ma se non sono bastati 76 milioni di somministrazioni in Italia, oltre 5 miliardi nel mondo (!), il tempo – o forse il modo – per convincere queste persone, non lo troveremo più. Per non dire di chi sottopone incessantemente i dati dei paesi più disparati per mostrare che non è vero niente, che i vaccini non funzionano: basterebbe l’aritmetica delle scuole elementari a confutare certe conclusioni. Ma niente, quelli te li ritrovi ogni volta, e il loro tam-tam pervade la rete senza sosta. Duole poi constatare che anche persone titolate, con credito scientifico, da mesi non fanno altro che cercare appigli per sostenere le proprie teorie controcorrente, uniche verità in un mondo che non ha capito, hanno capito solo loro. Quanto male hanno fatto costoro? Quanta incertezza hanno disseminato per nutrire il proprio smisurato ego? In questo mare inquinato del web, pieno di bolle in cui galleggiano le persone, quante possibilità ci sono ancora di convincere chi non si è vaccinato?

E qui arrivo all’ultimo passaggio, all’ultima parte del commento ai numeri della settimana, che esula più di tutte le altre dal compito che mi sono dato. Non è infatti del mio parere, della mia personale opinione – perché di questo si tratta – che il lettore di questa rubrica dovrebbe interessarsi. Non sono un virologo, né un illustre scienziato. Sono un chirurgo, e i miei convincimenti valgono quanto quelli di chiunque sappia far due conti, con approccio neutro, non condizionato da interessi personali o pregiudizi ideologici, ma niente di più; e non sono abbastanza esposto (né tengo ad esserlo) per ritenermi un influencer. Dunque, se alcune considerazioni discendono direttamente dai numeri, quelle che attengono alla sensibilità individuale, alla propria personale formazione intellettuale e civile, devono essere tenute distinte. Perciò, come ho fatto in passato a proposito del giudizio sulle misure restrittive da adottare, anche ora riguardo l’approccio alla questione dell’adesione vaccinale mi tengo un passo indietro, mi limito a confermare quanto scrissi qui il 28 dicembre (sembra passato tanto tempo, ma non ho affatto cambiato idea), e non aggiungerò altro.

Quel che mi pare chiaro, al di là dell’opinione, è che la sacca di resistenza alla vaccinazione, presente in ogni paese, e affrontata complessivamente in modi simili fino ad ora, mal si sposa con l’estrema trasmissibilità di questa variante, nonostante la straordinaria efficacia dei vaccini nel prevenire le forme gravi di malattia. La ricerca di un compromesso, di una convivenza con questo virus – inevitabile ma raggiungibile – passa attraverso la presa di coscienza che una quota di contagio rimarrà, una parte di ospedalizzazioni e di decessi pure, e che minimizzarne le dimensioni è indispensabile, ma non può più essere compito svolto da misure contenitive, aree gialle o rosse, coprifuochi o contingentamenti, mascherine e distanziamenti, ma dalla copertura vaccinale della popolazione suscettibile. Non c’è modo di impedire a questo virus di circolare, ma c’è quello di renderlo meno pericoloso, e poco impattante sulla nostra vita. Si fa con le vaccinazioni, non con le restrizioni. Se l’adesione non è sufficiente, si impone quella, non limitazioni che ricadono sulla maggioranza che si vaccina. Quale malinteso principio di libertà è quello che la concede a pochi per negarla a tutti?

Ora, per la prima campagna vaccinale volontaria siamo partiti, giustamente, dalle fasce più a rischio. Ma quando si è ben visto che la copertura non era sufficiente, e si è resa necessaria una spinta più incisiva, siamo ripartiti dal basso. Il Green Pass è un obbligo sostanziale, anche se non formale, specialmente per le fasce meno esposte ai rischi più gravi, ed è possibile che ci si debba ripensare. Le prossime settimane ci daranno la misura di questa necessità, che tuttavia non è difficile indovinare, e che non potrà certo essere sostituita con altre limitazioni generalizzate, delle quali tutti conosciamo bene l’inconsistenza, sulla circolazione virale, e insieme il peso, sulla vita di ognuno. Con l’aggravante che, col passare dei mesi, l’efficacia di questi provvedimenti viene meno, e aumenta la frustrazione, specialmente in chi si è sempre adeguato alle norme, si è vaccinato, è stato cauto e avrebbe tutto il diritto di ritrovare la piena agibilità ospedaliera, oltre che la vita e le opportunità del periodo pre-pandemico.

Credo che sarà inevitabile, non solo in Italia, estendere ulteriormente l’utilizzo del Green Pass sino a un obbligo de facto, che ci vorrà ancora un po’ di tempo perché questo accada, e che le scelte del decisore si muoveranno in tal senso sulla spinta del virus. Tocca quindi, come sempre, attendere gli eventi, ma invito tutti a farlo con fiducia, perché la soluzione è già nelle nostre mani, dobbiamo solo andare avanti senza ripensamenti e con la forza della ragione, che per fortuna prevale sempre sulle altre, alla fine.

Un caro saluto

Paolo Spada