Aggiornamento del 26 giugno 2021

Aggiornamento del 26 giugno 2021

Prima del commento, un paio di note tecniche. Innanzitutto, torno sulla questione dei dati diramati dall’Istituto Superiore di Sanità (ne ho parlato settimana scorsa, per chi volesse approfondire), perché a tutt’oggi non mi risultano pervenute correzioni o note esplicative riguardanti i numeri che descrivono la distribuzione dei pazienti attualmente positivi in base allo stato clinico (slide 46-47), e in particolare l’improvviso aumento dei casi critici riportato a partire dal 2 giugno (lo mostriamo in slide 48), del tutto incoerente con la progressione dei dati precedenti, con gli altri dati a nostra disposizione (secondo ISS i positivi in stato critico sono al momento 6462, ma i pazienti ricoverati in TI sono meno di 300!), e perfino con il grafico che ISS pubblica nella stessa pagina (privo di cifre, ma del tutto in linea con il ben più rassicurante andamento precedente). Insomma, è palesemente un errore (per quanto mi sforzi, non riesco a capire quale deliberato cambiamento di classificazione possa portare a numeri simili), e la cosa va avanti da 24 giorni (il file di ISS è aggiornato quotidianamente). Non solo mi sorprende che non si ponga rimedio, o non si forniscano spiegazioni, ma che sia io solo in Italia a sollevare la questione, peraltro inascoltato. A nessuno interessano questi numeri? Eppure è proprio dalle variazioni di gravità della malattia nelle varie fasce di età che si potrebbero ricavare preziose informazioni sull’epidemia, e sulla risposta ai vaccini. Rinnovo l’appello a voi lettori, sempre attenti, nel caso trovaste novità sull’argomento.

Seconda nota tecnica: ho sistemato i grafici in base ai ricalcoli comunicati da Liguria e Friuli VG in questa settimana, che hanno rispettivamente aggiunto 193 e sottratto 660 positivi alle proprie casistiche, con nefaste conseguenze sull’intellegibilità dell’andamento. Siccome si tratta di positività riferite ai mesi scorsi (addirittura a conguaglio su un intero anno, nel caso del Friuli), ho spalmato quei numeri sui mesi indicati, come già fatto in passato in altre occasioni simili, e ora i grafici, inclusi quelli delle province, sono tornati ad avere maggiore corrispondenza con la realtà. Spero che smettano con questi inutili ricalcoli a posteriori, anche perché tempo per fare manutenzione ai grafici non ne ho, specie in settimana. Teoricamente si dovrebbero ritoccare anche i numeri dei decessi, perché pure lì sono stati ricaricati dati provenienti dai mesi precedenti, ma si tratta di pochi casi (oddio: pure oggi 20 dalla Campania, sono metà del totale..), e poi sappiamo che nei conti dei decessi finiscono sempre anche notifiche di vecchia data: non si finirebbe più. Idem per tamponi e guarigioni: ma che ve lo dico a fare.

Dunque, nonostante ci si mettano d’impegno per confondere le acque (scherzo, nessun complotto: è solo incuria, sbadataggine, obsolescenza nella gestione dei dati, e tanta, tanta disomogeneità tra sistemi che dovrebbero girare come ingranaggi dell’orologio, perfettamente integrati uno con l’altro, invece vanno ognuno per la propria strada), riusciamo comunque a ricavare quel che ci serve dai numeri italiani, e trarne finora un unico messaggio fondamentale, che si riassume come segue: l’epidemia è tornata ai livelli che ci attendevamo per l’estate, in cui i nuovi casi sono pochi, virtualmente circoscrivibili in focolai, e le conseguenze sanitarie sono marginali. I numeri degli ospedali, infatti, certificano una situazione in costante alleggerimento, in cui la coda di degenti si assottiglia e i nuovi ingressi sono ormai rari.

Il paragone con l’anno scorso, che piace tanto ai no-vax, è un dato di fatto: alle nostre latitudini questi virus recedono in estate, e l’epidemia tende naturalmente a spegnersi. Chi vorrebbe vedere stavolta un maggiore effetto delle vaccinazioni deve considerare la latenza con cui si apprezza, specie sui decessi. E’ peraltro del tutto probabile che, senza la progressiva e ancora parziale immunizzazione della popolazione, avremmo avuto una discesa più lenta, visto che dall’altra parte c’è un virus decisamente più trasmissivo rispetto allo scorso anno, e che senza vaccini avremmo nei prossimi mesi una potente risalita del contagio. Non come l’anno scorso: di più.

Quella della trasmissività è una questione importante, perché è ad oggi la caratteristica che seleziona le varianti. Prevale cioè solo – ma ogni volta – la mutazione che rende il virus più resistente e trasmissivo, e su questo punto SARS-CoV2 ha già fatto diverse modifiche molto efficaci. E’ tuttavia improbabile che eluda la guardia dei vaccini, a meno di inventarsi un modo del tutto nuovo per attaccare la cellula umana: lo diciamo da tempo, finora non è successo, e non ci aspettiamo che succeda. Quel che si registra in UK e in altri Paesi in cui l’ultimo restyling virale si è maggiormente diffuso, è del tutto in linea con queste premesse: la circolazione del virus tende ad essere sempre più vivace tra chi non è vaccinato (a parità di condizioni, naturalmente), la prima dose di vaccino protegge poco, la seconda garantisce una solida immunità, in particolare nei confronti del rischio di sviluppare la malattia in forma severa. Insomma, tra vaccinati, anche le varianti più alla moda hanno poco effetto, e gli ospedali restano vuoti. Purtroppo ancora tanti in Italia rifiutano la manna dei vaccini – dappertutto, è una coglioneria universale, non solo nostra – e servirebbe una campagna di informazione e convincimento ancora più capillare (anche questo lo diciamo da tempo, ma con poco seguito).

Hanno dunque buon gioco le premonizioni apocalittiche, sempre pronte a risvegliarsi, e a prefigurare riprese di ondate di contagio che francamente appaiono ben poco probabili, pur considerate le percentuali ancora elevate di soggetti suscettibili. Il tempo per vaccinarsi in estate c’è, e mi pare tutto sommato anche la volontà, salvo appunto quella quota di ignoranti e riluttanti a prescindere, che si fa fatica a comprimere. Altra strada, ad ogni modo, non ce n’è, e l’abbiamo detto così tante volte che sembra perfino inutile ripeterlo.

Quanto agli effetti sanitari di queste ondate – se pur dovessero avere dimensioni di qualche rilievo, nella stretta contabilità dei positivi ai tamponi – non pare di doverne temere in modo consistente, non certo tali da dover mettere in conto azioni di contenimento generalizzato. Il ricorso a “zone rosse” va riferito all’eventualità in cui un focolaio sfugga al tracciamento, e richieda una delimitazione più ampia, ma pur sempre locale, nel contesto di comunità ancora poco immunizzate. L’eruzione cutanea che avete avuto ieri al pronunciamento di quell’espressione è destinata a risolversi spontaneamente nel giro di poche ore, dopo aver chiarito che non si parlava di Regioni a colori. Spero.

Tra le tante cose per cui rimpiango mio padre, che ho perso quando ero ancora un ragazzo, ricordo lo sbuffo con cui la sera commentava le notizie del TG, notando che più di metà erano destinate ad occupare solo un trafiletto sul giornale del mattino successivo (erano ancora tempi in cui si andava in edicola a comprare il quotidiano di carta, e mediamente era fatto bene). Si è persa, rispetto ad allora, quella possibilità di dare un peso diverso alle notizie, che ora ci giungono tutte uguali, senza alcuna gerarchia, anzi con lo stesso risalto acchiappa-clic, saturando la nostra attenzione nel giro di uno scroll di smartphone. E’ un peccato, perché oltre ad alimentare inutili ansie, questa continua pressione su argomenti sgonfi rimane al centro della narrazione mainstream, e finisce col convincere il decisore politico che la gente abbia davvero paura, e che la paura sia motivata, e che si debba quindi mantenere elevata l’allerta, e via così, in un giro continuo di rinforzi reciproci a cui nessuno riesce davvero a staccare la spina. Nemmeno gli scienziati, che per quanto si sforzino non riescono mai a sorridere. L’idea è che dall’altra parte dello schermo viva accampato il popolo bue, sollazzato solo dal calcio. Sarà pure vero, per certi versi, ma a me pare piuttosto che il bue abbia colto molto prima, ogni volta, il pericolo, quando c’era il pericolo, il dolore, quando c’era il dolore, e la rivincita, quando è arrivata la rivincita. Della mascherina ne fa l’uso che merita, quasi sempre, come dei politici, e forse pure degli scienziati.

In tutto questo, a noi qui rimane il compito che ci siamo dati: cercare il più possibile di dare ai numeri il peso che hanno, alle notizie il valore che hanno, lasciando l’ansia a chi la vuole, e la paura della pandemia a chi non sa più farne a meno. C’è una vita da ricostruire e molti altri problemi da affrontare, ogni giorno – molte altre malattie, ad esempio, per chi fa il medico e per chi è malato – molti altri rischi sulla nostra strada. Se ci sarà da preoccuparsi, ve lo diremo per tempo.

Un caro saluto

Paolo Spada