Aggiornamento del 22 gennaio 2022

Aggiornamento del 22 gennaio 2022

Mentre l’attenzione mediatica – vien da dire per fortuna – si sposta temporaneamente sulla corsa al Quirinale, la gran parte delle notizie sulla pandemia in Italia continua a difettare, come da due anni a questa parte, in capacità di tradurre i numeri quotidiani in traiettorie decifrabili. La discesa di contagio, e il calo (anche relativo, non solo assoluto) degli ingressi in Terapia Intensiva verranno colti dai più solo con settimane di ritardo, mentre si aggiungono – anziché ridursi – restrizioni e colori, che risultano in buona parte asincroni con l’andamento e le caratteristiche del fenomeno, oltre che ormai ben poco efficaci, tranne forse sul numero di clic dei giornali online. Ancora, e sarebbe il meno, dopo tutto questo tempo ascolto i TG riferire il conto dei nuovi positivi delle Regioni (la Lombardia è sempre “la più colpita”), e rimane un lusso per pochi parlare di incidenza e non di numeri assoluti.

Ma l’incidenza stessa ha sempre meno significato, come molte volte detto, se non appunto per disegnare la traiettoria del contagio. Mentre questa, e presto anche quella delle sue conseguenze ospedaliere, volgono lentamente verso il basso, prepariamoci nelle prossime settimane all’ultimo accento drammatico sul numero dei decessi, sul quale vorrei fare il punto, in vista del relativo picco, e dei mesi che verranno.

Perfino stimati intellettuali ancora finiscono col citare i “quattrocento morti al giorno” come inappellabile dato di realtà con cui dover fare i conti. Ma lo scenario è cambiato, e – senza pretendere la velocità di omicron – da chi commenta ci aspettiamo un minimo aggiornamento all’attuale situazione. Quella che segue è una riflessione che dovrebbe essere alla portata di chiunque, anche di chi non vive in ospedale, e non ha esperienza diretta di certi eventi. La porto sommessamente, con sincero rispetto per chi è coinvolto dal dolore del lutto, cercando il difficile equilibrio tra i numeri e la verità, tra la statistica e la vita reale. So peraltro che la parola “ottimismo” nel titolo di questa pagina terrà come sempre lontani, con comprensibile pregiudizio, molti di quelli che invece vorrebbero – o dovrebbero – affrontare la questione, se non con ottimismo, almeno con la visione lucida e neutra dei numeri.

Dunque, negli ultimi 7 giorni abbiamo registrato una media di 349 decessi al giorno attribuiti a Covid. Si sommano qui tre fenomeni, in parte sovrapposti, che provo però a distinguere:

  1. In Italia decedono per altre cause circa 1800 persone ogni giorno (tanti erano negli anni precedenti la pandemia, e tanti sono ora, anzi c’è il timore che diventino di più, per i ritardi nelle cure). Inevitabilmente, una parte di queste, come qualsiasi campione della popolazione (una stima probabilmente in difetto è circa il 10%) è al momento positiva al tampone molecolare (che oltretutto rileva anche tracce recenti ma ormai inattive del virus). Questo campione di persone, inoltre, è maggiormente esposto al virus, perché è appunto nel momento di maggiore fragilità, quindi nonostante la vaccinazione, e specialmente se questa non è stata recentemente rinforzata, facilmente si infetta e si ritrova positiva. Si tratta però in questo caso di riscontro occasionale, ininfluente nella patogenesi delle cause che portano al decesso.
  2. Una parte di queste persone, proprio per estrema fragilità, con l’infezione riceve un’ulteriore spinta che altera definitivamente l’equilibrio precario delle proprie condizioni. Non è detto che si tratti di per sé di un’infezione grave: basta una sindrome influenzale a fare da innesco, ed è assai difficile “pesare” l’entità della spinta, così come la precarietà dell’equilibrio precedente. Sono in gran parte decessi anticipati, e non proprio direttamente causati, da Covid.
  3. La terza categoria di decessi è quella dei pazienti altrimenti apparentemente sani o – più spesso – con qualche patologia cronica, che decedono a seguito di infezione severa, come la tipica polmonite Covid. Nonostante le comorbidità, non sarebbero nel conto dei decessi, se non fosse per Covid, e non lo sarebbero nemmeno entro qualche mese. Si tratta del vero “eccesso di mortalità” dovuto all’epidemia, che va quantificato attentamente, come cerchiamo di fare da alcuni mesi (slide 10-11), incrociando i dati dei decessi da ogni causa forniti da Istat (a giorni attendiamo i dati di dicembre) con il numero dei decessi Covid, già al netto delle riattribuzioni di ISS per data di decesso (non di notifica).

Sebbene manchino – e mancheranno sempre – dati precisi e aggiornati, in base a quanto detto è verosimile che al momento più della metà dei decessi (così come dei ricoveri) di pazienti Covid, non abbia alcuna relazione causale con l’infezione. La gran parte dei decessi contati nei bollettini quotidiani è con tutta probabilità inclusa nelle prime due categorie sopra descritte, mentre la terza si sta riducendo. Faccio notare che le prime due non richiedono particolare aggressività o patogenicità del virus: in presenza di popolazione anziana, con diffusa comorbidità, sono dirette conseguenze della alta trasmissibilità dell’attuale variante. Rimarranno pertanto elevate fintanto che resteranno elevati il contagio e la nostra necessità di monitorarlo, specialmente negli ospedali. Non sono però da considerarsi il vero impatto della pandemia, ma piuttosto un effetto apparente – e direi deformante – di una malattia che ha al momento letalità bassissima, e in costante riduzione da settimane.

Se il nostro approccio alla pandemia, come finora, è anche – comprensibilmente – correlato emotivamente alla cifra dei decessi, vale la pena comprendere quel che sta succedendo e anche quel che ci aspetta di registrare, inevitabilmente, ma speriamo con sguardo diverso, nei mesi a venire.

Se volessimo dar credito a quanto scrive Christopher JL Murray, direttore dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) di Seattle, in un commento apparso giovedì scorso sulla prestigiosa rivista Lancet, la diffusione di omicron è destinata a raggiungere il 50% della popolazione mondiale entro la fine di marzo. Si stima che, nonostante il gran numero di tamponi effettuati, il tasso di rilevazione delle infezioni sia diminuito, mentre la quota di soggetti asintomatici sia cresciuta sino all’80-90% del totale delle infezioni. Contemporaneamente, nei paesi con la maggiore diffusione di omicron (es. Canada, Sudafrica), si sta riducendo dell’80-90% la percentuale di pazienti che richiedono intubazione.

L’intensità di trasmissione è tale che, secondo l’IHME, anche le misure di contenimento avranno poco effetto sull’onda di contagio, a cominciare dagli sforzi di tracciamento e dall’uso delle mascherine (si stima che un eventuale aumento dell’80% di mascherine potrebbe ridurre solo del 10% le infezioni nei prossimi 4 mesi). Le stesse azioni politiche attuali di spinta alla vaccinazione o ai richiami, i quali restano di per sé efficaci per proteggere dalla malattia, sono ormai tardive per gran parte dei paesi, secondo Murray, e avranno scarso effetto globale sull’inarrestabile onda di omicron.

Ma le sue parole non si lasciano equivocare: “Questi sforzi hanno salvato innumerevoli vite a livello globale. Emergeranno sicuramente nuove varianti di SARS-CoV-2 e alcune potrebbero essere più gravi dell’omicron. L’immunità, indipendentemente dal fatto che derivi dall’infezione o dalla vaccinazione, diminuirà, creando opportunità per la trasmissione continua di SARS-CoV-2, specialmente nei mesi invernali. L’impatto della futura trasmissione di SARS-CoV-2 sulla salute, tuttavia, sarà minore a causa dell’ampia precedente esposizione al virus, dei vaccini regolarmente adattati a nuovi antigeni o varianti, dell’avvento degli antivirali e della consapevolezza che i soggetti vulnerabili possono proteggersi durante le ondate future, quando necessario, utilizzando maschere di alta qualità e distanziamento fisico. Il COVID-19 diventerà un’altra malattia ricorrente che i sistemi sanitari e le società dovranno gestire. L’era delle misure straordinarie da parte del governo e delle società per controllare la trasmissione di SARS-CoV-2 sarà finita. Dopo l’onda omicron, il COVID-19 tornerà, ma la pandemia no.”

È dunque quanto meno discutibile che le misure adottate – incluse quelle più audaci – per spingere le persone alla vaccinazione, siano colpevolmente tardive (viste le conseguenze patite nelle scorse settimane), ininfluenti (sull’ondata attuale di omicron) o al contrario saggiamente precauzionali in vista delle possibili nuove esacerbazioni e/o varianti, più o meno patogeniche, di là da venire. Certo è che se l’attenzione agli effetti dannosi di queste misure – sui bambini, i ragazzi, le famiglie, il lavoro, la vita stessa di tutti – è stato decisamente sottostimato fino ad ora, ritenuto il male minore, o comunque sopportato nell’attesa che il peggio passasse, l’approccio deve ora cambiare, ridimensionando le richieste e rimodulandole in base alle effettive condizioni di rischio, ora incomparabilmente inferiore a quello che avevamo ad inizio pandemia, e prima dei vaccini.

Non è facile dare un nome nuovo alle cose, e togliere il velo agli spauracchi, ma dovremo farlo, per il bene di tutti. L’idea di protezione dovrà passare non soltanto dalla raccomandazione alla vaccinazione – che resta forte, e unico vero scudo individuale e sociale – ma anche dalla tutela della integrità psicologica dei nostri figli, e dalla riconquista del senso di sicurezza perduto.

Un caro saluto

Paolo Spada