Aggiornamento del 19 settembre 2021

Aggiornamento del 19 settembre 2021
I numeri di oggi confermano la discesa della curva di contagio a cui stiamo assistendo da diversi giorni, lenta e costante. Non senza qualche sorpresa, almeno da parte mia, che mi figuravo una certa risalita in queste settimane (e insisto a figurarmela per le prossime, sperando dunque di continuare a sbagliare così). Prevedere le fasi delle ondate di questo virus rimane uno sport difficile, almeno per il sottoscritto, ed è assai preferibile distaccarsi un po’ dalle singole fluttuazioni (in fondo di questo si tratta, da qualche mese a questa parte) per guardare il fenomeno da una prospettiva più ampia, dove pure non mancano i punti oscuri.
 
Sono in effetti diverse le domande a cui ancora non si riesce a dare definitiva risposta riguardo l’evoluzione – o l’epilogo – della vicenda Covid, e tra queste ve ne sono alcune fondamentali, che rendono tutto l’impianto ancora malfermo. Il rischio però è che da questa mancanza di solidità siano messe in crisi anche le poche certezze, per cui vale la pena cercare di mettere di nuovo in fila le idee, almeno per sommi capi. Inevitabilmente, si intrecciano alle considerazioni oggettive i punti di vista: non vi farò mancare i miei, sperando risulti agevole distinguerli dai dati di fatto, e liberamente dissentire.

La prima domanda è quale sia il livello necessario di immunità della popolazione verso il virus: da questa risposta dipendono in gran parte le altre. Sappiamo che la variante Delta ha grandemente aumentato la trasmissività di questa malattia, e che i vaccini riducono molto, ma non annullano, le possibilità di contagio. Non vi sono dunque le condizioni per mirare a una percentuale di vaccinati al di sopra della quale il fuoco si spenga: ogni livello, anche quello più elevato, avrà un certo grado di circolazione virale residua: potrà scomparire clinicamente per un certo periodo, ma avrà periodico reinnesco, e rimarrà nel tempo – probabilmente negli anni – la necessità di mantenere molto elevata l’immunizzazione. Il perché è ben noto, ma giova ripeterlo: a tutt’oggi una parte non trascurabile delle persone che contraggono il virus, in particolare tra i non vaccinati, sviluppa forme gravi, che vediamo quotidianamente negli ospedali, o disturbi subdoli e prolungati, anche i giovani. È una malattia infida, che solo la vaccinazione di massa riesce a mitigare negli effetti, rendendo insieme gestibili le sue pesanti ricadute sul sistema sanitario. Se oggi siamo ancora in piedi lo dobbiamo all’efficacia dei vaccini, e da questa dipenderemo ancora a lungo.

Quanto durevole sia la protezione della vaccinazione è naturalmente la seconda domanda, tra le più urgenti, e anche più stimolanti dal punto di vista scientifico. Io ammetto che non mi ci appassiono, resto in attesa, ma capisco che siamo ancora lontani dal poter dare risposta univoca. Che si debba procedere ora alla terza dose è parere comune, vista l’incertezza, a partire dalle categorie più a rischio. Ma si tratta in gran parte di decisione doverosamente cautelativa, e non è detto che valga per tutti, né che terza significhi per forza quarta e quinta. D’altronde, mi dico, se anche fosse accertata la necessità di periodica somministrazione, non ne farei un dramma. Ho capito ai primi anni di medicina che affidare la salute a Madre Natura non è sempre una scelta azzeccata, e penso che mi abituerei in fretta all’idea di scoprire il braccio di tanto in tanto.

Piuttosto ci si chiede – è la terza grande domanda aperta – quali altre abitudini debbano essere considerate consuete, d’ora in avanti, e su questo sono molto più rigido. Rifuggo l’idea del distanziamento, del contingentamento in ogni attività, della paura dell’assembramento. Tollero con fatica – e solo temporaneamente – di non abbracciare e stringere mani, e mi viene l’orticaria quando sento descrivere i severi protocolli applicati a bambini e ragazzi nelle scuole. Tutta questa roba deve scomparire, al più presto e per sempre, perché genera disastri a catena, sia sul piano umano e psicologico, sia su quello sociale ed economico. Molti paesi nel mondo hanno compreso l’importanza di dare un termine alle misure di emergenza, e confido che anche noi, con il consueto ritardo, ci arriveremo a breve. Se soltanto lo spirito di libertà – quello italiano è particolarmente individualista, ma non meno vivo che altrove – che rivendica il pieno ritorno alla normalità, sapesse indirizzare le proprie energie verso la giusta direzione, più civica e solidale, avremmo meno problemi organizzativi, e potremmo fare a meno di imporre il Green Pass in modo tanto esteso.

Ma siamo anche tradizionalmente più cauti di altre nazioni, specialmente sui temi etici. Il ritardo non è fatto solo di pigrizia, la mancanza di dinamismo non è solo burocrazia, e la prudenza non è solo mancanza di coraggio. Siamo diversi, questa è la verità, e guardare con ammirazione le scelte disinvolte del Regno Unito o della Danimarca non deve farci dimenticare chi siamo, la nostra storia e le ragioni per cui il nostro passo è più lento.
In questa pagina abbiamo a lungo insistito negli scorsi mesi affinché si colmasse il divario su alcuni aspetti di gestione della pandemia, e poco fa ne ho citati altri ancora. Ma io stesso non sarei certo di considerare accettabile qualsiasi conseguenza che d’ora in avanti ci si presenterà. Spingere al massimo sulla vaccinazione, rimuovendo – mi pare ormai obiettivo raggiunto – il rischio di restrizioni e chiusure generalizzate, è stata e resta a mio parere la scelta migliore, posto che non sarebbe stato affrontabile, da noi, un persistente o ricorrente impatto da centinaia di morti al giorno (sia chiaro: molti di questi sono già malati gravi o grandi anziani, che non muovono in eccesso la normale curva di mortalità. Ma molti altri sì, ne abbiamo esperienza diretta, tutti i giorni. Possiamo volgere lo sguardo altrove, ma ci vogliono buone ragioni per farlo, e quelle dei no-vax non lo sono abbastanza).

I dati che giungono da ISS, di cui abbiamo parlato negli scorsi giorni, fanno ritenere che il grado di protezione dei vaccinati si consolidi al crescere della percentuale di immunizzazione, al punto da anticipare il picco di contagio, oltre a smussarne in modo considerevole l’ampiezza, e abbattere le conseguenze più gravi. Sono dati che giungono nel corso delle settimane e dei mesi, e mentre li guardiamo la percentuale aumenta ancora (grazie al Green Pass, indiscutibilmente), facendo supporre che la temuta ripresa delle attività autunnali non avrà un impatto rilevante. Se lo avrà altrove, dove quasi tutte le cautele sono state sospese, e non si ritiene di dover ulteriormente forzare la mano sulle vaccinazioni, è ancora tutto da vedere. Di fatto, nessun calcolo può prevederlo, e questa potrebbe già essere una buona ragione per considerare più saggio il nostro approccio.

Quello che vorremmo vedere nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, è uno sguardo più lungo, che sappia presto sostituire le procedure di emergenza con pratiche sostenibili nel tempo. Non è pensabile che intere classi scolastiche siano ancora poste in quarantena, che i teatri sopravvivano a scartamento ridotto, che ancora si chiedano tamponi ai vaccinati (fuori da particolari situazioni come ospedali o RSA). Nessuna di queste, e di altre, limitazioni è del tutto inutile, sia ben chiaro. Si tratta però di snellire, togliendo ciò che dà più peso che vantaggio, a fronte di una elevata percentuale di vaccinazione che – pure con fatica, e pagando il prezzo di una oggettiva forzatura – abbiamo voluto e stiamo ottenendo. Snellire, senza rinunciare ad una solida precauzione per i mesi a venire, né alla nostra sensibilità e ai nostri valori collettivi.

Un caro saluto

Paolo Spada