Aggiornamento del 19 novembre 2021

Aggiornamento del 19 novembre 2021

Davvero grande è di nuovo il risalto mediatico che sta riscuotendo la quarta ondata (ci siamo rassegnati a chiamarla così anche noi, che contavamo cinque, avendo dato dignità autonoma anche a quella estiva: nonostante valori assoluti modesti, aveva tutte le sue cosine in regola, il picco di variazioni percentuali, il rialzo degli ospedali, e una ragione evidente, cioè l’arrivo della variante Delta. Ma non ha fatto abbastanza terrore, per cui dimentichiamocela). Dunque, a fronte del grande clamore che sta suscitando questa nuova ripresa autunnale, me la potrei cavare ancora discretamente dicendo che ce l’aspettavamo, che avevamo previsto tutto da mesi, e che si tratta di fenomeno ben diverso da quelli visti in passato, grazie ai vaccini.

Tutto assolutamente vero, ma stasera sono in vena autocritica, e mi pare giusto ammettere che questa spiegazione non racconta tutto di ciò che sta succedendo, e che con un po’ di onestà intellettuale dobbiamo sforzarci di dare una versione più ampia e sincera, guardando anche quello che ci piace meno.

Comincerei col dire che mi sono sbagliato, quando ancora poche settimane fa scrivevo che “probabilmente” l’incidenza complessiva di questa ondata sarebbe rimasta “abbondantemente sotto i 100 casi settimanali per 100.000 abitanti”. Sottostimavo forse la spinta che il Green Pass ha dato al numero dei tamponi, che gonfia di fatto l’andamento dei casi, senza muovere altrettanto l’impatto sanitario. Ma per davvero pensavo che, alle percentuali di vaccinazione raggiunte, la nostra suscettibilità fosse inferiore. Ecco perché, nei ritagli di tempo di questi giorni, ho lavorato ai grafici di slide 18-19-20-21, quelli che danno conto della flessione di efficacia dei vaccini dopo 6 mesi: è un elemento che non avevo considerato abbastanza, e che forse ha un peso importante (se così fosse, però, dovremmo vedere maggiore aumento di incidenza sulle fasce di età avanzate, che ancora non mi pare di riconoscere). Cerco di capire cosa mi sfugga, ma ammetto che il problema mi pare proprio questo: non sappiamo mai del tutto cosa ci sfugge, ma ci sfugge sempre qualcosa.

Voi mi direte di svegliarmi dal sopore – forse è la stanchezza del venerdì – e guardare in faccia la realtà, che invece è molto chiara: il problema sono i no-vax. Senza quei 7 milioni di cocciuti non avremmo alcuna ondata, e il problema Covid l’avremmo risolto da un pezzo. Probabilmente avete ragione. Con ogni evidenza, là dove minore è l’adesione vaccinale, più intensa è la curva, gli ospedali si riempiono, rimonta la bufera pandemica. Se qualcosa ci sta proteggendo, rispetto al resto d’Europa, sono i punti percentuali in più di vaccinazione, anzi quelli in meno di non-vaccinati. Abbiamo già fatto notare che avere il 13% di riluttanti, o averne il 30%, fa una bella differenza, probabilmente come tra vivere ora in Italia e vivere in Germania, come puntare i tacchi lungo una scarpata, o ruzzolare a valle.

Ma anche questa narrazione è monca, non racconta tutta la storia, e rischia di riversare su chi si ribella ai vaccini un po’ di quella frustrazione che obiettivamente proviamo tutti quanti vedendone il calo di efficacia, contando quante volte quel mirabile ingranaggio di protezione si inceppa, non è completo, non è totale. Nessun vaccino lo sarà mai, ci ammonisce la Scienza. Ma ammettiamo che avremmo voluto vedere un bel colpo di spugna, e l’abbiamo immaginata un po’ tutti così, improvvisa e trionfale, la fine di questa dannata vicenda. Ci rode dover constatare che non possiamo nemmeno permetterci il lusso di mandarli al diavolo, quei 7 milioni: abbiamo bisogno anche di loro (senza contare gli altri 6 milioni di under-12, che pure speravamo di poter proteggere a sufficienza, senza doverli vaccinare). Insomma, le cose non sono andate proprio come speravamo, bisogna riconoscerlo, e certo molta parte ha fatto il virus, che ha trovato in questa variante un modo efficiente di renderci la convivenza parecchio scomoda, oltre che obbligata.

Ma tant’è, e si tratta ora di capire – parlo a titolo personale, sia chiaro – che la strada di fronte a noi è quella di obbligarci a nostra volta alla vaccinazione. Può sembrare un sopruso insopportabile anche solo pensarlo, ma temo che in un modo o nell’altro dovremo superare le esitazioni, e ammettere che in queste condizioni vaccinarsi non è più una scelta personale, ma una necessità collettiva di primaria importanza, dunque un dovere individuale, quanto e più di tanti altri.

Non è cosa semplice, naturalmente. Nelle code davanti alle farmacie, nell’ostinazione che spinge tante persone in tutto il mondo a non accettare la resa al vaccino, c’è qualcosa di più dell’ignoranza, delle frottole no-vax, dell’incommensurabile banalità delle ragioni che vengono opposte. Nel rifiuto della dose c’è anche una paura primordiale, quella stessa debolezza, e incompiutezza, che ci rende ancora schiavi dei nostri istinti di animali, a cui ogni giorno mille volte soggiace la ragione. La pancia, il sonno, il sesso, la conservazione di sé stessi. C’è un richiamo ancestrale alla nostra umile e goffa natura corporea, che vince tutti i giorni, sulle abilità più elevate della corteccia cerebrale. Dobbiamo farci i conti, come li fa ogni giorno ognuno di noi, avendone cura, rispettandola, provando indulgenza. Perché un po’ di quella fragilità sta dentro tutti quanti, anche noi che guardiamo con altero disprezzo chi sta in fila nel freddo.

Alla fine, dovremo imporre la via della ragione, e sono certo che esista un modo di farlo gentilmente, con gli strumenti della legge e della civiltà. Sono quasi sicuro che in molti, tra quelli che ancora si nascondono nella paura, ne sarebbero perfino sollevati.

Fino ad allora, andiamo avanti cercando di ribattere i colpi del virus e ammortizzarne l’effetto. Ci riusciamo ancora abbastanza bene: la salita rallenta, gli ospedali si organizzano, non c’è rischio di dover chiudere le scuole, gli uffici, di rinunciare al ristorante, alle vacanze, al Natale. Ma oltre un certo limite si tratta di tollerare, di far fronte, di pazientare, non di conviverci davvero. Ne va della cura delle altre malattie, ad esempio, e non è cosa da poco. Si chiudono le sale operatorie, si convertono i reparti. Tutte misure d’emergenza, che abbiamo visto molte volte ormai, ma che non potranno – non devono – essere sostenute troppo a lungo. Ne va della qualità della vita di tutti quanti.

È questione di numeri, come sempre, e saranno i numeri di queste settimane a darci la misura di ciò che è accettabile, e ciò che non lo è ancora, come abbiamo ripetuto in questi mesi (non sbagliandoci, davvero). Passeremo questa ondata senza grossi traumi, probabilmente, come ci siamo detti molte volte. Ma dobbiamo anche guardare oltre, e cominciare a darci risposte per il futuro, che vogliamo sicuro, e stabile, e a misura d’uomo, non solo di virus.

Un caro saluto

Paolo Spada