Aggiornamento del 17 ottobre 2021

Aggiornamento del 17 ottobre 2021

Al netto del prevedibile e modesto aumento di positivi di questi ultimi giorni, per effetto della grande richiesta di test per Green Pass, a cui evidentemente non corrisponde alcun fenomeno in termini di contagio reale, ma solo di contabilità, le cose continuano ad andare molto bene. I numeri di questa settimana confortano ulteriormente la sensazione che, con nostra meraviglia e soddisfazione, l’efficacia della vaccinazione di massa in Italia è tale da resistere perfettamente alle prime intemperie dell’autunno, e all’indubbio boost che le attività al chiuso, rispetto agli svaghi estivi, esercitano su qualsiasi forma di infezione respiratoria. Il confronto con l’anno scorso (slide 8) è eloquente, a maggior ragione se si considera la maggiore trasmissività della variante Delta rispetto a quella allora dominante.

Sono molte le buone notizie che questi dati portano con sé, e vale la pena di ricordarle, specie perché in controtendenza rispetto ad alcune obiezioni che si sono sollevate negli scorsi mesi, e ancora ascoltiamo.

Per prima cosa, l’efficacia dei vaccini si conferma molto elevata sulle forme severe di malattia, e questo dato non sta affatto calando nel tempo. Come ben si vede nella slide 23, le curve rimangono piatte, e solo una lievissima flessione si apprezza nell’età avanzata, dove è maggiore la quota di soggetti fragili e immunodepressi. Nelle fasce al di sotto dei 60 anni non si riconosce alcun segno di riduzione di efficacia, e ciò fa molto ben sperare riguardo la gestione dei richiami periodici, ammesso che ne servano. Per lungo tempo si è temuto che il vaccino non fosse più adatto a questo virus, perché concepito in base alle prime varianti: forse si potrà far anche di meglio, ma quel che vediamo basta e avanza.

La variante Delta ha consolidato la propria prevalenza, pressoché totale, rispetto alle altre varianti, incluse alcune con le quali i vaccini avrebbero avuto probabilmente maggiori difficoltà. A lungo si è obiettato sulla opportunità di vaccinare nel bel mezzo di una pandemia, temendo che ciò avrebbe stimolato lo sviluppo di nuove varianti resistenti: pare piuttosto che l’adattamento del virus all’ospite segua il suo corso indipendentemente, e che la vaccinazione non abbia causato un bel niente, se non mitigare gli effetti della malattia.

Non solo: nelle ultime settimane ho più volte accennato alla sensazione (sempre tratta dai numeri, beninteso) che la vaccinazione di massa si dimostri perfino più efficace nel ridurre l’incidenza di nuovi casi, che nell’abbattere ricoveri e decessi. Apparentemente l’inverso rispetto a quel che sappiamo, e che ripetiamo: il vaccino ci fornisce massima protezione dall’eventualità di ricovero o decesso, e certamente minore protezione dall’infezione in quanto tale. Ma stanno arrivando i primi lavori scientifici a dimostrare che il vaccinato eventualmente infettato ha ridotta replicazione di virus attivo rispetto al non vaccinato – anche a parità di carica virale (o meglio: di cicli di PCR su tampone molecolare) – dunque minore probabilità di essere a sua volta vettore di infezione, e per un periodo più breve (non oltre tre giorni). Ecco quindi che le sensazioni si confermano: superata una massa critica di popolazione vaccinata, l’effetto di rallentamento del contagio diventa sensibile, innesca una spirale favorevole, in cui il virus trova sempre minori occasioni di trasmissione. A chiunque ironizzi sull’obiettivo di copertura vaccinale, spostato sempre più in alto, varrebbe la pena far notare che questi effetti non sono comparsi se non dopo il superamento di certe percentuali, e che i dati provenienti dagli altri Paesi confermano queste osservazioni.

Sulla ridotta contagiosità dei vaccinati concordo pienamente con quanto scritto da Enrico Bucci sulle colonne del Foglio, il 14 ottobre: “Questo rinforza la base etica per la vaccinazione, perché risulta capace di proteggere anche gli altri, e non solo sé stessi; in questo senso, la vaccinazione è atto di responsabilità sociale e civile”. Della potenziale pericolosità del vaccinato si è davvero troppo a lungo parlato, contro ogni ragionevole e scientifica aspettativa. Ma questi dati rispondono anche alle obiezioni sul razionale del Green Pass, basate proprio sull’ipotesi dell’infezione equivalente tra vaccinati e non. Dovrebbero anzi indurci a rilassare ulteriormente le cautele quando ci troviamo tra soggetti vaccinati: è il nostro modo di recuperare la vita piena, e dunque facciamolo, con fiducia nella scienza.

Lo stesso Bucci, sempre sul Foglio, il 16 ottobre, ci richiama sulla necessità di individuare un “punto oltre il quale le misure possono essere ritirate, pur con la gradualità dovuta, perché le misure stesse non sono più necessarie, o ragionevoli, o proporzionali agli scopi che si intendono conseguire e ai mali che si intende combattere”. “Va bene cercare di convincere tutti a partecipare allo sforzo vaccinale, oggi e in futuro; è ora, però, di considerare che siccome il rischio Sars-CoV-2 non sarà mai azzerato – a meno di eventi fortuiti e imprevedibili – deve esistere una soglia di rischio che siamo disposti a correre, e raggiunta questa devono essere gradualmente eliminate tutte le restrizioni all’individuo”.

Entrambi gli articoli citati sono perfettamente in linea con lo spirito che ha sempre animato questa pagina, e i medesimi argomenti più volte ripresi, anche in tempi recenti, qui su PDO. Io stesso citavo, nell’ultimo incontro pubblico, la questione di dover definire ciò che riteniamo accettabile, in termini di contagi, ricoveri e decessi, sapendo che non sarà mai zero, e che altri Paesi hanno già fissato, più in alto di noi, la propria soglia.

La Gran Bretagna ha un numero di decessi tre volte maggiore del nostro, e sta di nuovo crescendo nella curva di incidenza. Un rialzo è ancora più che probabile anche dalle nostre parti, ma pare di poter riconoscere nel rigore con il quale abbiamo deciso di implementare il Green Pass, una delle ragioni che da molte settimane proteggono maggiormente l’Italia dalla coda dell’epidemia (nota bene: peraltro ancora senza l’effetto del GP sui posti di lavoro).

Il punto è che non è affatto detto che si tratti della coda dell’epidemia, a cui si debba resistere ancora un po’, con misure d’emergenza. Ciò che semmai sta avvenendo, come ampiamente previsto, è che ci stiamo misurando con condizioni che resteranno per un tempo indefinito, e che quindi devono trovare soluzioni efficaci e accettabili sul lungo periodo. La domanda è dunque quali misure siano sostenibili e quali no, poiché da esse soprattutto dipende – che ci piaccia o no – la soglia di accettabilità delle conseguenze. Non ha senso chiederci quanti ricoveri e quanti decessi, ma quali limitazioni (distanziamento, mascherine, contingentamenti) siamo disposti a tollerare per sempre.

Mentre spingere al vaccino il maggior numero di persone possibile potrebbe valere lo sforzo, nella speranza di fornire una protezione prolungata – o addirittura infinita – anche ai più riluttanti (e a chi sta attorno a loro), altri sforzi non sembrano sostenibili a lungo, poiché producono (forse) un effetto benefico solo transitorio, e certamente ne inducono altri di segno opposto. A questa categoria di misure appartengono a mio avviso, e a puro titolo di esempio, le rigide regole anti-Covid degli ambienti scolastici, a cui da sempre – voi mi siete testimoni – invoco di porre un freno, per il sollievo di una intera generazione di bambini. Chiunque abbia disposto di far svolgere l’ora di ginnastica con esercizi sul posto, in ottemperanza al distanziamento, risponda alla domanda che suonerà d’ora in poi: per quanto tempo ancora?

Un caro saluto

Paolo Spada