Aggiornamento del 13 novembre 2021

Aggiornamento del 13 novembre 2021

Procede sostanzialmente come previsto la salita della curva di incidenza di questa ondata autunnale, che rimane a bassa intensità in quasi tutto il territorio, salvo per i confini nord-orientali. Ha cominciato a flettere, pur con qualche ritardo rispetto alle nostre attese, e ci aspettiamo di vederla flettere più decisamente nei prossimi giorni. Difficile in ogni caso fare previsioni accurate, specie su quanto sarà prolungata la salita verso il picco, ammesso che di picco si voglia parlare, viste le proporzioni di queste ondate smusse, che facilmente si susseguiranno nei mesi. E’ ancora presto anche per giudicare l’impatto sugli ospedali, al momento modesto, ma ancora in crescita: segue come sempre l’andamento dell’incidenza, e saranno presumibilmente movimenti piuttosto lenti (il che ne favorisce la gestione, naturalmente).

Come sapevamo in anticipo da molti mesi, queste settimane sono decisive, perché ci restituiscono la misura dell’efficacia della protezione vaccinale nel contenimento dell’epidemia Covid, e delle sue conseguenze, nella stagione di maggiore diffusione del virus. Una sorta di prova generale della convivenza successiva, un test – più credibile di quello estivo – che ci farà capire se il prezzo in termini di ricoveri e decessi sia ora accettabile, o non del tutto.

Naturalmente, anche arrivare a questo test ha avuto un certo costo, in termini di sforzo vaccinale e provvedimenti più o meno impopolari. Da questo punto di vista, alcuni Paesi che hanno deciso di spendere meno stanno incontrando qualche difficoltà, e ricorrono a correttivi di emergenza. Nessuno scandalo, di per sé, ma si comincia a definire più chiaramente lo stretto perimetro entro il quale i governi possono muoversi, avendo altrettanto chiaro il problema della sostenibilità a lungo termine che gli stessi provvedimenti devono contemplare.

Si intuisce, a questo proposito, l’apprezzabile intento della nostra cabina di regia di non ricorrere facilmente a ulteriori misure restrittive, che poco effetto avrebbero sull’andamento epidemico, salvo gettare discredito sulla stessa campagna vaccinale, giustamente lodata tra le migliori del mondo. Confido quindi che non vi saranno provvedimenti, o che siano di trascurabile impatto sulla vita delle persone.

Tuttavia, per il ritorno alla normalità, e per togliere anche la minima minaccia di chiusure – possibilmente anche dalle pagine dei giornali – è necessario che l’effetto delle ondate sui carichi sanitari e sulla curva dei decessi siano lievi. Nulla è altrettanto eloquente, a questo proposito, quanto il grafico di eccesso di mortalità, per ora aggiornato a settembre (slide 48): in Italia abbiamo avuto in media, negli anni pre-Covid, poco meno di 1800 decessi al giorno (con tipica fluttuazione stagionale da 1500 dell’estate sino a 2200 circa nelle punte invernali). E’ presumibile che buona parte dei decessi che vengono tuttora attribuiti a Covid non abbiano reale effetto su quella curva (penso in particolare ai soggetti molto anziani e fragili, che vediamo sempre comparire nel conto dei decessi, anche a dispetto della vaccinazione). C’è stato però certamente eccesso di mortalità in occasione delle ondate più violente, ed è in particolare la quota di popolazione adulta non protetta che può maggiormente fare la differenza, sia sul conto dei decessi, che sugli ospedali (oltre che sulla stessa circolazione del virus, naturalmente).

Negli ultimi 30 giorni, il 15% circa di persone che rifiutano la vaccinazione ha occupato ancora gran parte dei letti di ricovero e terapia intensiva, e ha contribuito per quasi metà dei decessi. Se, come logico, è su questo impatto che si misura il nostro grado di adattamento e convivenza con il virus, è la percentuale dei non vaccinati – oltre che l’efficacia del vaccino, e ci arriviamo – a pesare maggiormente.

Lo dico a favore di chi non si capacita di quanta differenza possa fare avere il 18.4% di persone over 12 non vaccinate, come in provincia di Bolzano, rispetto all’11.5% della Lombardia: la prima ha attualmente percentuale doppia di occupazione letti rispetto alla seconda. [NB: la PA di Bolzano è di gran lunga la provincia italiana con incidenza più elevata contando dall’inizio della pandemia (slide 53), e nonostante ciò continua ad esserlo: evidentemente il ruolo protettivo della guarigione è sopravvalutato, e far circolare il virus più liberamente resta un’idea poco fortunata].

L’altra parte del conto dipende dal grado di protezione dei vaccinati, e vi segnalo a questo proposito l’aggiornamento dei dati dell’Istituto Superiore di Sanità sull’incidenza di infezioni, ricoveri e decessi tra vaccinati e non. Bisogna apprezzare lo sforzo di ISS nel seguire la questione dell’efficacia vaccinale con puntualità, nelle ultime settimane, che ci consente oggi di riunire nella slide 21 le informazioni più preziose del momento: per la prima volta si introduce infatti la distinzione tra vaccinati da più di 6 mesi, vaccinati da meno di 6 mesi e vaccinati con dose aggiuntiva/booster. Come per i report precedenti, seguiremo nel tempo questi valori, che tuttavia già nella singola slide attuale danno una buona idea della riduzione di protezione dopo 6 mesi, sebbene la differenza di rischio, rispetto ai non vaccinati, resti macroscopica anche dopo quel termine, specialmente nelle conseguenze più severe dell’infezione. La terza dose, che pure è stata somministrata finora solo a un campione di persone limitato e ad alto rischio, dà prova di riportare l’efficacia del vaccino a valori molto elevati.

Dunque almeno su questo fronte, visto che su quello dei no-vax c’è poca speranza di migliorare, possiamo essere fiduciosi e contare su una base solida di immunizzazione. Guai a perderla, naturalmente.

Voi dite che sono un ottimista – e lo sono, come tutti quelli che non si arrendono, non passano la vita a lamentarsi, e provano a combinare qualcosa di buono, invece di tormentare il prossimo con infiniti timori e polemiche (detto questo, non aggiungo altro sul tenore dei commenti, che talvolta scende a livelli a cui non vorremmo abituarci, almeno qui) – ma la verità è che le ragioni del nostro ottimismo restano, da mesi ormai, più che confermate, e solo chi non riesce ad avere sufficiente equilibrio di analisi, sul passato e sul presente, può avere dubbi a riguardo.

Se vedessimo la nostra società come un solo corpo, potremmo dire che esso sia stato colpito da una malattia grave e improvvisa, che abbiamo cercato di contenere inizialmente con grossolani rimedi d’emergenza, invasivi e dolorosi, oltre che poco efficaci. Fortuna nostra, è arrivata una cura nuova, sostanzialmente indolore. Non debella del tutto la malattia, ma la riduce nei sintomi e nell’estensione, tanto da renderla ben sopportabile, e compatibile con una vita normale. Chi è stato malato – malato sul serio, intendo – sa cosa significa tornare a vivere, dopo aver patito, e creduto di non avere più vie di uscita.

Per apprezzare bisogna aver compreso quale fosse la situazione, aver forse toccato con mano. C’è chi non si sente parte di quel corpo, e forse non si è nemmeno accorto del cancro che lo affliggeva. L’alluce ora si lagna del formicolio che la chemioterapia gli ha lasciato, ma il corpo è vivo, e – giustamente – non ci fa più caso. Poi chissà, magari d’un tratto la malattia sparirà, con un’altra sorprendente cura, o perché la Provvidenza, il destino, o il corso imperscrutabile della Natura, avranno disposto per noi le cose in modo diverso da quel che possiamo vedere da qui. Per allora sarà stato comunque il nostro modo di affrontare le avversità a fare la differenza, come sempre.

Un caro saluto

Paolo Spada