Aggiornamento del 12 dicembre 2021

Aggiornamento del 12 dicembre 2021

Non ci sono grandi novità nella situazione Covid-19 attuale in Italia, e si può discutere se questo sia solo da considerare un male, o si possa vedere con relativo favore. La curva di incidenza del contagio è tuttora in salita, prossima ai 200 casi settimanali ogni 100.000 abitanti, con percentuali di incremento non elevate, ma pressoché costanti (in apparenza sono diminuite le variazioni, per via del giorno festivo infrasettimanale, ma la direzione è complessivamente la stessa), e solo i territori del Nord-Est, a più intensa circolazione virale, stanno finalmente cominciando a calare, dopo aver superato quota 600. Non è detto che altrove si debbano raggiungere gli stessi valori di incidenza, per poter vedere il plateau: tutto fa pensare che il contagio divampi solo finché trova il combustibile delle persone suscettibili, ed esse erano effettivamente più numerose là che nel resto del Paese. Ma passano i mesi, ed è sempre più evidente che il conto dei positivi interessa solo nella misura in cui ci anticipa la direzione della curva dei casi gravi, che rimane comunque percentualmente parecchio più bassa rispetto allo scorso anno, a parità di contagio. L’effetto protettivo dei vaccini ci consente di attraversare la stagione più dura evitando le chiusure imposte fino a tutta la scorsa primavera, e di mantenere gestibile, se pur impegnativo, l’impatto sugli ospedali. Checché se ne dica, non è cosa da poco.

Abbiamo più volte qui sottolineato che l’accettabilità di questa situazione è relativa, e sarebbe opportuno che chiunque si appresti a commentare o a lagnarsi, anche a buon diritto, in un senso o nell’altro (convivono in questa pagina le tendenze più diverse, sull’argomento), chieda comunque a sé stesso se si stia ancora riferendo al momento in particolare – benché in coda a due anni – o non faccia ormai più distinzioni. Perché sono anch’io d’accordo che in queste condizioni, all’infinito non si può davvero stare, ma ci sono ancora ragioni contingenti, che rendono tuttora eccezionale il momento, e superabile come altri, anche ben peggiori. Solo in questa ottica vale la pena di riflettere, a mio avviso, rimandando ad altra data le conclusioni apocalittiche, e lo sconforto esistenziale.

Ancora una volta punto il dito verso i numeri, perché è là che si trovano le ragioni, mai abbastanza sviscerate, sebbene relativamente accessibili. Nei grafici si trovano infatti sufficienti spiegazioni di questo aumento costante di contagio, e insieme della relativa tenuta dei carichi sanitari. Sono ancora una volta le slide 21 e 23 a riassumere bene la questione: nella prima si nota facilmente che la copertura immunitaria della popolazione è ancora insufficiente, considerato il calo di efficacia dei vaccini dopo 5 mesi. Nella seconda, che ben descrive questo calo, appare altrettanto chiaro l’effetto protettivo della terza dose, e la complessiva tutela dei vaccini rispetto alle conseguenze del virus, specie per chi ne ha davvero bisogno.

Tanto per riassumere qualche numero (anche per chi è troppo pigro per aprire le slide), i vaccinati a ciclo completo entro i 5 mesi, o dopo la dose aggiuntiva, hanno mediamente un rischio di ricovero 12 volte inferiore rispetto ai non vaccinati. Per gli anziani questo rischio si riduce di quasi 70 volte dopo la terza dose.

I vaccinati rischiano 20 volte meno dei non vaccinati di finire in terapia intensiva (gli anziani fino a 100 volte meno, dopo il booster), e 10 volte meno di morire per Covid (gli anziani fino a 120 volte meno, con la terza dose).

Non sappiamo se questo vantaggio sia ancora temporaneo o diverrà definitivo, dopo le tre dosi, ma non c’è alcuna buona ragione per non goderne, specialmente ora che la circolazione virale (e dunque il rischio di contagio) è 10 volte maggiore della scorsa estate. Chi ritarda dopo i 5 mesi sappia che le due dosi lo proteggono tuttora discretamente dal rischio di ricovero, TI e decesso, ma che potrebbe essere protetto da 3 a 7 volte di più con una dose aggiuntiva (e che l’effetto iniziale si ridurrà ulteriormente nel tempo).

Perfino sulle probabilità stesse di infettarsi – e di contagiare altre persone – la terza dose agisce in modo significativo, dando prova di ridurre il rischio di oltre 10 volte rispetto ai non vaccinati, e di 4 volte rispetto ai vaccinati ritardatari.

Capirete dunque perché la curva continua a salire: ad oggi, meno del 60% delle persone che ci circondano possono contare sul massimo grado di protezione (due dosi entro i 5 mesi o terza dose), e nelle fasce di età medie – le più ampie, numericamente – quella percentuale si sta perfino riducendo. Paradossalmente, gli anziani sono ancora i più scoperti, avendo ricevuto il ciclo vaccinale prima degli altri, e solo negli ultimi giorni stanno contrastando il calo di efficacia ricorrendo in massa alla terza dose (ma vanno contate altre due settimane perché l’immunità sia effettiva). 

Una buona parte dei contagi, poi, coinvolge i bambini, che ancora non hanno potuto vaccinarsi. Ne avranno presto beneficio, non solo per evitare le insidiose sequele della malattia, ma anche per mettere un freno, si spera, agli infiniti disagi che questa situazione genera nelle scuole e nelle famiglie.

Insomma, si impara strada facendo, e davvero abbiamo ormai capito molte cose, in questa pandemia, quasi sempre pagando il ritardo a colpi di ondate. Ma abbiamo armi potenti, in mano, e stiamo imparando a usarle. I margini di miglioramento sono ancora molto ampi, e se è vero che le nostre condizioni di vita già ora non sono più quelle dello scorso anno, e abbiamo recuperato molte libertà con i vaccini, è lecito pensare che altre ne conquisteremo rafforzando ulteriormente le nostre difese. Questo dicono i numeri, e devono ispirare coraggio e fiducia, non timore o scoramento. Alla fine si vince, anche dovessimo metterci altro tempo, altri sforzi, e passare nuove ondate: si fa fronte, si attutiscono gli effetti, si migliorano gradualmente le cose, e alla fine si vince.

Un caro saluto

Paolo Spada